Vicini che vi auguro lontani

vicini di casa

A meno che non si decida di vivere in mezzo a un campo di pannocchie, circondati da fossati d’acqua abitati da nutrie, ognuno di noi avrà comprato o preso in affitto una casa e con essa anche dei vicini.

Nei miei trent’anni mi sono mossa per movimenti concentrici, partendo da un appartamento sul Naviglio, cuore della movida milanese, poi nella provincia fino ad arrivare alla campagna pavese. Tutte case diverse fra loro, per tipologia e dimensione, come i miei rapporti con i vicini. Mi spiego: a Milano i vicini sono stronzi. E non è la fretta, il lavoro, la circonvallazione, gli ausiliari del traffico…sono stronzi. Ho abitato cinque anni in un condominio di venti famiglie e forse ne conoscevo tre, compresa la mia. Alcuni non li ho neanche mai visti. In città credo funzioni così: ognuno conduce la sua vita senza curarsi di quello al piano di sotto, ci si saluta formalmente senza alzare gli occhi e se ci si trova senza cavatappi si fa prima ad andarlo a comprare.

In provincia non è così: più ti allontani dalla città e maggiore è l’attenzione dei vicini.

Il ritmo della vita è più lento, meno traffico; quando ti trasferisci sono tutti pronti a darti una mano, ma mica per aiutarti a capire in quale dei settantadue bidoni vada il tetrapak e quale sia la combo esatta col colore del sacco dell’immondizia. Loro lo fanno per sapere, vedere, capire e poi andare al bar e dire: “Uè te vist el furestier?” Poi dal panettiere e dire: “Uè te vist el furestier?” poi ancora dall’edicolante, dal calzolaio e dal fruttivendolo…e così via finché nel tuo isolato si trasferisce un altro furestier al quale passerai il testimone diventando finalmente un quasi autoctono.

Per quanto possibile cerchi di instaurare rapporti civili: saluti calorosi ma senza troppa confidenza, sei pur sempre di Milano, discorsi generici e di circostanza, sorrisi con sfoggio di capsule e ponti anche alle sei della mattina anche se pur di non incrociare nessuno sguardo usciresti con in testa il bidone dell’umido. In questo la nebbia di gennaio aiuta la mimesi devo dire.

Perché nella realtà quotidiana, quella palpabile e lontana dai concept dei pubblicitari perbenisti, non esiste tutta questa condivisione: uova, zucchero, cipolla. Nessuno presta niente a nessuno. Se ti manca il latte va da sé che la besciamella sulla tua lasagna della domenica non ci si stenderà mai. Non c’è nessuna casalinga che sforna e regala torte alle mele. Il tuo vicino di casa non è Bruce Willis e piuttosto che lasciare libero il wi-fi s’inventa una password a 58 caratteri con il codice fiscale di suo nonno, il numero di telaio dell’auto e i valori dei trigliceridi dell’ultimo esame del sangue.

Detto questo possiamo riconoscere facilmente alcune caratteristiche dei “vicini tipo”:

IL CURIOSO

Esci dall’ascensore, arrivi sul pianerottolo, cerchi le chiavi e alle tue spalle senti la porta socchiudersi. È la tua vicina, anziana, che spia. Lo fa ogni volta per vedere chi sei, cosa vuoi, come sei vestita, cos’hai nelle borse della spesa, se c’hai l’amante, ti sei presa un nuovo cane, se ti scaccoli il naso quando pensi di non essere vista. Lei osserva da quella lama impercettibile spessa quanto una pupilla. La sentivo, anche se lei si muoveva felpata, la porta la tradiva sempre. Scricchiolava e nonostante tentasse di richiuderla all’unisono con la mia non le riusciva mai troppo bene. Così nelle giornate durante le quali mi sentivo più dispettosa del solito uscivo dall’ascensore e mentre ero intenta a cercare le chiavi Tac! Mi giravo di botto e la salutavo a voce insolitamente alta. Lei, sgamata, apriva tutta la porta e iniziava parlare degli acciacchi, del figlio col borsello da ferrotramviere, di quelli del piano di sotto in un dialetto milanese che, con l’effetto rimbombo del vano scale, diventava incomprensibile anche ad una milanese.

I FESTAIOLI

Ci sono sempre, quelli che fanno festa di martedì sera, di giovedì, alla domenica mattina; in ogni condominio c’è sempre una famiglia che fa bagordi quando gli altri vanno a letto alle 21.00. Ricordo ancora un battesimo che ha sfiorato le 72 ore – e anche la rissa – una tre giorni tra piatti di plastica gettati dalla finestra e barbecue accesi sul balcone al primo piano che neanche al Ticino a pasquetta c’è così tanta nebbia da salamella alla griglia. Nel mio caso erano latinoamericani ed erano tantissimi, non ho mai capito come stessero tutti in un bilocale.

IL TRAPANATORE SERIALE

Presenti soprattutto in provincia sono i maestri del fai-da-te. Hanno un metro quadro di giardino e si comprano: la motozappa, il tosaerba, la sega circolare, l’idropulitrice e la casetta di legno. La domenica mattina è il momento durante il quale la loro poetica ispirazione per il bricolage converge con la necessità impellente di disboscare quei quattro rametti di siepe e si plasma con la voglia di rompere il cazzo a tutto l’isolato. Parte così la potatura del polmone verde pavese che durerà fino a mesdì per poi riprendere subito dopo. Quando il giardino è a posto che fai? Non le vuoi mettere su due mensole?

IL COMPLOTTISTA

Quello che ce l’ha con tutti, che non salta una riunione di condominio neanche la moderasse Belèn. Generalmente maschio, basso e in età da controllo della prostata. Lui ha da dire su ogni cosa: pulizia scale, cani in ascensore, bilancio condominiale. In genere è quello che si autoproclama rappresentante della scala ed estorce i voti necessari al quorum a suon di minacce e sottili ricatti tipo: “Cosa ne vogliamo fare dell’ombra che crea il tuo portaombrelli sul mio zerbino” Lui misura al millimetro le foglie della tua siepe per verificare che rispettino i confini di proprietà. Le sue ire diventano incontrollabili se si occupa il posto auto che lui ha deciso essere il suo personale.

IL PERVERTITO

Ce n’è sempre uno, magari sotto mentite spoglie ma c’è. Da me il vicino pervertito aveva i capelli lunghi e un po’ unti, il fare da viveur e una macchina sempre diversa; era disgustoso prendere l’ascensore insieme.

QUELLI DELLA PARROCCHIA

Sono una bella gatta da pelare soprattutto sotto le festività quando, con la scusa di fare due parole sulla situazione del corsello box, cercano di portare la fede nella tua vita. Ti invitano a serate in oratorio per una pizzata di gruppo post incontro sul senso della vita, ti iscrivono a gite parrocchiali in montagna che solo per i problemi di incontinenza dei partecipanti arriveresti prima tu a piedi che loro in pullman. Quando ti ascoltano parlare, se li guardi bene, gli viene piano piano fuori la scritta blasfemo un po’ come quei termometri rapidi che si tenevano nel portafogli segnano la temperatura poggiandoli sulla fronte.

Ma che fine hanno fatto i vicini “vivi e lascia vivere oppure muori senza fare casino” gente rara, che i panni sporchi se li lava a casa senza pensare alle macchie degli altri. Quelli che non fingono di volerti un bene immenso per poi sfregiarti la portiera se parcheggi appena fuori dalle righe.

In questo mi manca Milano, mi mancano i buonasera a occhi bassi dei vicini mai visti, quelli con le case senza mensole, ad esempio.

Immagine in evidenza di David La Chapelle ” Self portrait as house”

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