Una lineetta alla finestra, storia di un concepimento

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Il concepimento

Ci pensavo sì, ma non era un pensiero fisso. Non mi sono mai posta scadenze, quando sarebbe stato il momento lo avrei saputo. Avrei sentito arrivare quel desiderio fortissimo di maternità. Pensavo.

In realtà ero come in una delle più comuni favole metropolitane, dove lei è madre dai tempi del Cicciobello Bua e lui fugge impaurito davanti alla Bepanthenol manco fosse l’acqua santa per l’anticristo, ma al contrario: Stefano era pronto e desideroso di diventare padre mentre io ero spaventatissima. Non lo dicevo mai ad alta voce ma ero terrorizzata.

Lui tranquillo e sereno mentre io concepivo sì, ma solo enormi paranoie esistenziali. Dubbi e domande nutrivano il mio timore più grande:

Sbagliare. Essere una pessima madre.

E se non fossi stata in grado di prendermi cura di mio figlio? Se fossi stata assente, se l’avessi ferito. Magari mi sarei scoperta priva di istinto materno, come avrei fatto ad allattare io che proprio in quella veste non mi ci vedevo?

Avevo paura di deluderlo, perché sapevo che quello sarebbe stato l’unico mio importantissimo compito per questa vita. Roba forte eh?! Un viaggio senza ritorno verso una vita nuova e se fosse cambiato improvvisamente tutto? Io sarei stata pronta? Chi può sapere se un rapporto può resistere ad uno scossone così grande, ad uno tsunami che arriva e dopo il botto continua a propagare tutte quelle onde.

Avevo tante domande senza risposta e più mi sforzavo di darmi una risposta più capivo perché Marzullo mi facesse sempre addormentare.

Mi chiedevo che ne sarebbe stata della mia libertà, del mio essere sempre così intollerante alle catene, alle dipendenze. Cosa avrei provato davanti ad una piccola vita che reclamava la mia presenza sempre. Non sapevo. La verità è che non sapevo che quella vita mi avrebbe regalato più libertà di quanta ne avessi mai avuta. La libertà di essere me stessa fino in fondo. E la pazienza, quella che camminava frettolosa sempre un passo avanti a me, ne avrei avuta quanto bastava? Non volevo essere una madre impaziente, di quelle che mettono in bocca le parole ai figli o che li strattonano per fare più in fretta. Io volevo essere una mamma attenta, di quelle che escono cinque minuti prima di casa al mattino perché sanno che il proprio figlio vuole raccogliere i fiorellini sul vialetto. Io volevo avere la certezza che avrei ascoltato mio figlio, abbassandomi per guardarlo meglio, volevo camminare con lui, al suo passo. Ma la certezza non arriva da sola in un bel giorno qualunque di primavera, la certezza la costruisci tu con la volontà. Ed io volevo tanto da me, l’ho sempre fatto.

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La verità, forse, è che alcune cose si scoprono solo se si ha il coraggio di buttarsi.

Se si sta fermi a piè pari ad interrogarsi su quanto sia fredda l’acqua prima di un tuffo si corre il rischio di non staccarsi mai dallo scoglio.

Se invece ci provi, ti lanci, senti tutte quelle sensazioni nuove: il vuoto allo stomaco, l’aria tiepida, il panorama ed infine l’acqua fresca. Perché infondo la mia più grande paura è sempre stata quella di restare immobile. Perché è l’amore a determinare la fattibilità delle cose e i figli sono amore.

Quei pochi mesi sono stati un’altalena di emozioni, una montagna russa tra ripide salite sulla vetta della certezza e rapide discese nel vuoto del dubbio. Un momento sentivo che avrei potuto essere una buona mamma e un momento dopo mi spaventava anche solo pensarmi a scegliere un passeggino. Sapevo che non sarei stata quel genere di mamma che a sei mesi dal parto ti dice che le manca il pancione e questo mi faceva paura.

Facevo i test di gravidanza uno dietro l’altro e dentro di me sentivo il timore e la felicità riempirmi lo stomaco di bollicine effervescenti. Aspettavo facendo finta di curarmi poco di quei tre minuti necessari al responso e più passava il tempo più mi scoprivo a cercare quella lineetta in più. A volte ci perdevo la vista nel tentativo di mettere a fuoco meglio, altre la vedevo anche se non c’era. Era semplice, lo volevo…volevo sempre di più quel segno positivo nella nostra vita e questo bellissimo sentimento stava annullando ogni paura.

Quando mi sono scoperta incinta mi si è allargato un enorme sorriso, c’era il sole fuori e dentro casa. E la paura ha lasciato il posto alla gioia.

Ehm…va beh qualche momento di panico lo ammetto ho continuato a viverlo ma questi li riservo per il prossimo appuntamento su Trentanove settimane + due mercoledì prossimo sul blog, restate sintonizzate!

Adesso la parola a voi, cosa avete provato o cosa state provando durante questa meravigliosa ricerca?

5 comments

  1. Panico totale: in prova al lavoro con un’altro lungo mese davanti di incertezze contrattuali, le gambe che tremavano e il mio ragazzo che non rispondeva al telefono perchè era a lavoro.
    Non sapere a chi dire, cosa dire, cosa fare, cosa mangiare o meno per colazione, per pranzo.. Stava bene il fagioletto? Sarebbe stato contento di noi come genitori?

    Poi quando lui mi ha chiamato contento come se avessero detto che Natale sarebbe stato 365 gg di fila quest’anno ha schiarito ogni nube, una nuova vita stava crescendo in me, una possibilità, un segno in questo mondo che portava la nostra firma..

    Il lavoro alla fine l’ho perso, ma non sono mai stata felice come adesso, aspettando il 21 maggio come da bambini si aspetta Babbo Natale..

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