Un’abitudinaria con le sue abitudini

abitudinaria con le sue abitudini

Sono abitudinario,
leggo la targhetta sopra l’ascensore:
qual è la capienza, quanti chili porta,
poi si apre la porta e non lo so già più.

Nubi di ieri sul nostro domani odierno (Abitudinario) Elio e le Storie Tese

La nostra vita è scandita dal perpetrarsi di una serie di gesti, alcuni li compiamo razionalmente, mettendo in atto dei processi logici, altri li eseguiamo senza rendercene troppo conto, in maniera inconscia. Un po’ alla cazzo di cane.
Ripetendo creiamo un automatismo, un’abitudine.
La macchina umana si convince che quelli siano comportamenti intelligenti e plausibili e, come un computer, li salva nella barra dei preferiti per ripeterli ogni volta che l’occasione lo richieda.

Un po’ come quando rispondiamo io dopo aver suonato al citofono.
E un po’ anche quando apriamo quando al citofono ci rispondono io.

Il fatto è che spesso molte di queste azioni non sono fondate su princìpi esatti. Talvolta sono proprio minchiate che compiamo inconsciamente e che entrano a far parte del pacchetto abitudini installato nel sistema, come dei plugin che però non servono a una mazza.
Leggi tirare e ogni volta ti scopri spingere.

Per esempio conosciamo il motivo per il quale, di fronte agli scaffali del supermercato, abbiamo l’abitudine di scartare la prima confezione preferendo la seconda o addirittura la terza?

Non abbiamo nessuna garanzia che il secondo o il terzo pacchetto contenga biscotti più fragranti o meno sbriciolati rispetto al primo, e nemmeno che l’ordine sul ripiano sia cronologico. Eppure lo facciamo tutti.
Siamo sicuri che il primo prodotto non sia la scelta migliore, ci siamo abituati a giudicarlo toccato, fallato, sporco, vecchio.
Le avete mai notate le facce degli addetti al rifornimento scaffali mentre ci osservano?
Vogliamo la confezione dietro, anzi quella dietro-dietro così, impavidi, ci arrampichiamo a mani nude, su per i ripiani, scaraventando a terra i cartellini dei prezzi in offerta pazientemente disposti dai commessi.
In equilibrio precario: il tubo di patatine come prolunga del braccio che non arriva alla meta, la piastrella di wafer alla vaniglia fra i denti mentre torniamo giù vittoriosi, stringendo quella confezione di fette biscottate dietro-dietro.

Sono gesti privi di fondamento eppure così a lungo praticati da essere diventati un’abitudine. Una sicurezza.

Anche in bagno sono abitudinaria. Non esiste al mondo che io non conti i giri di carta igienica intorno alla mia mano.
Sempre la stessa operazione: prendo il rotolo con la mano sinistra, tiro il lembo di carta con la destra e arrotolo contando a mente i giri.
Non ho un numero fisso sul quale fermarmi, dipende ovviamente dalla motivazione che mi vede seduta sul water; statisticamente mi piacciono i numeri pari quindi tendo a ritenermi soddisfatta tra quattro e sei.
Mai un mezzo giro, uno strappo casuale.
Nei bagni pubblici tiro forte la bobina due volte e di solito sono sufficienti.

Conto sempre anche salendo o scendendo le scale.
Abito in una casa su tre piani e vi assicuro che contare i gradini è un’attività che mi capita di fare molto spesso. Sono sempre diciotto fra un piano e l’altro ma, in base al passo che ho in quel momento, do alla conta un ritmo diverso.
Conto anche i passi che faccio sulle rampe mobili (non sto mai ferma ad aspettare).

Nei negozi salgo le rampe facendo i gradini due alla volta, se per caso scopro che allo sbarco c’è un gradino che avanza provo un leggero fastidio.

Qualunque cosa io stia facendo se c’è un sottofondo musicale mi adeguo il ritmo. Passo l’aspirapolvere e sbatto le uova seguendo il beat della canzone, cammino a tempo se ho gli auricolari.
Un’abitudine che ho anche in macchina: tendo a cambiare le marce a tempo di musica.
Non faccio parte della categoria di automobilisti che regola il volume della radio sui numeri pari o su quelli dispari, ma quando parcheggio abbasso sempre il volume al minimo. Come se potessi sentire il marciapiede che mi avvisa se ho sterzato troppo sotto.
Quando guido, e al semaforo rosso mi capita si essere la prima della fila, ho l’abitudine di aspettare il verde con la marcia inserita; possibilmente con il piede sulla frizione già leggermente alzato.
Non metto mai la macchina in folle. Mai! A maggior ragione se ho lo start & stop inserito, non sia mai che mi trovi con la vettura placidamente in stand-by nel bel mezzo di un incrocio.

Credo sia un retaggio tutto milanese, un’abitudine dettata dall’ansia da colpo di clacson allo scattare del verde, roba tipica sulla circonvallazione.

Quando devo scegliere una sedia, al ristorante o in qualunque occasione io e una sedia siamo invitate a sceglierci, state certi che mi fionderò su quella con lo schienale più vicino al muro.
Nelle aule possibilmente in ultima fila in un angolo.
Ai concerti, al cinema o agli spettacoli teatrali scelgo sempre il primo posto della fila, quello sul corridoio. Così se mi dovesse scappare la pipì eviterei di chiedere scusi-permesso strusciando le ginocchia di tutta la fila.
La pipì poi non mi scappa mai.

Quando ho appena dettato il mio numero di cellulare a qualcuno e questo me lo ripete raggruppando le cifre in un modo diverso da quello che uso io non lo riconosco.

Piuttosto che ammettere di non essere sicura che abbiano scritto correttamente, mi affido al caso e confermo.
Un po’ come il codice fiscale: sono abituata a dirlo scandendo le lettere BIERRETI EFFEENNECI e per controllare se hanno preso nota correttamente te lo ripetono così: BOLOGNAROMATORINO FIRENZENAPOLICOMO.
Io così vado in confusione, o penso alle iniziali delle città o alla sequenza del mio codice fiscale.

Sono una brutta bestia le abitudini. Sono le conferme che cerchiamo senza avere voglia di porci nuove domande.
Il fatto è che le domande ogni tanto ce le dobbiamo fare; dobbiamo sperare dei meccanismi creandone di nuovi.
Ad esempio stamattina i giri di carta son stati tre e ho anche cambiato posto a tavola per la colazione.

Qui la famosissima canzone di Elio e le Storie Tese da cui nasce questo post. E ditemi se non è vero che anche voi fate la conchetta per sentirvi il fiato.

4 comments

  1. Sei l unica che mi ha strappato un sorriso …grazieeee
    Quante volte avrò confermato a caxxxxxxo il mio num di cell xke non capivo il loro modo di ripetermelo…sto maleeee:-)

  2. Leggendo nella mia testa era tutto un “ce l’ho, ce l’ho, mi manca”

    È sempre abbastanza incoraggiante scoprire che certi disagi non sono solo nostri

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