Ufficio oggetti smarriti

ufficio oggetti smarriti

Sono sempre stata una che perdeva le cose.
Mi muovevo e lasciavo in giro pezzi di me: portafogli, borse, telefonini.
Con la testa per aria tornavo a casa sempre alleggerita di qualcosa.
Quanti brividi lungo la schiena, quelli di quando ti accorgi di non avere il bancomat nel portafogli o il telefono nella borsa.
Quella roba allo stomaco che era subito: Fammi squillare il cellulare!
e la voce registrata puntualmente: Tim, il cliente da lei chiamato non è al momento raggiungibile“.
Cazzo! L’ha preso qualcuno.

Quante cose ho dimenticato in giro. Perse e mai ritrovate.

Ci sono cose che vorrei avere indietro ancora adesso: il Nokia 8810 a specchio (una tamarrata notevole che meritava di essere conservata), un borsellino di Hello Kitty in plastica rosa, una giacca di jeans, un braccialetto d’argento, una macchina fotografica e chissà cos’altro.

Ci sono invece cose che ho perso e non tengo assolutamente a riavere indietro: per esempio i miei quindici anni.

Un periodo tremendo che mi vedeva sempre in bagno a colorarmi i capelli. Prima biondi, poi rossi, infine neri.
Mai contenta dell’immagine restituita da quello specchio maledetto.
Una riga nera sulle foto, come quella che mi facevo sugli occhi, sopra a quella bianca, spessa e indelebile.
Lenti a contatto azzurre su occhi verdi. I capelli crespi, il taglio della Imbruglia lo stesso. Lo diceva anche lei in Torn: illusion never changed.
Ai piedi scarpe orrende, zeppe altissime, sulle quali camminavo incerta sul pavé di Milano. Salire e scendere dal 9 in equilibrio sui trampoli, senza passare dal Gaetano Pini, la missione di ogni pomeriggio.

Un storta ogni tre passi, girarmi di continuo per controllare che nessuno mi avesse visto.

Una figura magrissima dai piedi enormi. Come un’ombra quando il sole è basso.
Quanto ho desiderato i piedini fatati numero 37 delle mie amiche. Al loro posto le mie pinne lunghe e magre. Quanti chilometri ho camminato in scarpe strette, soffrendo felice con i miei finti piedini fatati.
Quante vesciche.

Nel walkman Gigi D’Agostino, l’amor toujours in loop come il pensiero del limone mancato col tipo del mare. Poi mi chiedevo, con Prezioso nelle cuffie, Tell me why.
Poi i Five e le gomitate prese in Galleria per vedere dal vivo i capelli di Scott, arrotolati in minuscole ciocchettine e sparati per aria.
Chissà se usava il gel della L’Oreal, quello che usavo io quando mi sono rasata la testa.

Le Spice Girls, mi immedesimavo sempre in quella che sembrava uscita dalle vetrine di un sexy shop.

Non la brava ragazza biondina, codini, sguardo innocente, non la sportiva, la casinista, nemmeno la menosa che non rideva mai per evitare le rughe.
Io ero il baldraccone.
A scuola non andava, non capivo chi ero, figuriamoci avere un’idea su cosa volessi diventare. Ho cambiato tre indirizzi: turistico aziendale, linguistico e artistico. Volevo fare la parrucchiera e la criminologa, la hostess e la ballerina. Ogni giorno un’idea diversa, la convinzione che calava insieme al sole.

La personalità liquida che si adattava troppo, fermarmi su modelli sbagliati anziché scivolare via. Essere come loro, inconsistente.

Sempre in bilico tra il nascondermi fra gli ultimi banchi e il mettermi al centro di tutto.
Gli amici, presunti tali, quelli che mi prendevano in giro, mi spaccavano le cose. Non vorrei indietro l’ingenuità che non mi faceva vedere le persone per quelle che erano. Semplicemente stronze.
Le gambe che restavano lì mentre quelle di qualsiasi persona intelligente, spinte dal cervello, sarebbero andate via di corsa. Non avevo un cervello a quindici anni.
Ho provato a essere cattiva anch’io, qualche volta. Per adeguarmi, difendermi.
Nemmeno i drink, bevuti la domenica pomeriggio in discoteca. Lo sforzo di farmeli piacere piuttosto che scegliere coraggiosamente una Coca-Cola.
E i maschi, per carità.

Non vorrei mai indietro i miei quindici anni. Lasciato quello zaino pesante, dagli spallacci sottili, all’ufficio oggetti smarriti sono andata avanti leggera.
Ho continuato a perdere cose, ma ho imparato a tenermi stretta quella bambina che la sera guardava ancora le videocassette Disney.

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