Sushi a Milano, dalle origini agli all you can eat

sushi

Fino a una decina – o forse più – di anni fa erano pochi i ristoranti di sushi a Milano e a riempire quei piccoli locali ordinati e dall’impronta minimalista erano persone colte, stravaganti e aperte alla sperimentazione culinaria. Di quelli che anticipano le tendenze, che si conformano solo nelle nicchie dell’anticonformismo. L’atmosfera educata e accogliente regalava ristoro a palati milanesi d’élite che si destreggiavano benissimo fra bacchette e ciotoline colme di salsa di soia. Gente che amava il pesce crudo prima che diventasse una mania, prima che scoppiasse la bolla – non quella del naso dei famosi manga – ma prima che il sashimi e la zuppa di miso fossero più in voga dello shatush sul biondo.

I locali erano sobri: luci soffuse, pochi tavoli, atmosfera intima, in alcuni addirittura si mangiava seduti a terra… Le insegne avevano un design pulito, al massimo qualche canna di bambù a incorniciare la vetrina focalizzando l’attenzione sul cuoco giapponese che arrotolava alghe a cottimo, con la stessa meticolosità di una nonna pugliese mentre arrotola le bombette. Non era un’esperienza alla portata di tutti, una cena a base di sushi costava in media come quattro pranzi pasquali in agriturismo ma la differenza sostanziale – oltre alla mancanza di un ottimo stinco di maiale dopo la pasta fresca – è che a due ore dal semifreddo al tè verde la fame tornava prepotente come prepotente era la sterzata delle ore 23.30 per entrare nel Mc Drive.

Milano è cambiata è piena di sushi bar, se ne trovano in media tre per isolato e non solo in centro.

Pare che a noi milanesi pare piaccia di più ciucciare gli edamame piuttosto che l’osso buco del risotto “giallo”

I piccoli e dapprima anonimi ristoranti di sushi si sono trasformati in grandi mense rumorose dove c’è un via vai di gente appartenente ad un target davvero molto ampio, quasi come quello di un fast-food. Le insegne si sono fatte a luci intermittenti e colorate quasi come fossero il parabrezza di un tir polacco. Non è raro trovare famiglie con bambini seduti accanto a giovani donne o a coppie anziane mangiare sushi e sashimi. I tanti ristoranti cinesi si sono trovati a fare di necessità virtù: hanno nascosto le loro lanterne nel retro e al loro menù, sotto il pollo alle mandorle, hanno aggiunto uramaki e tempura. Talvolta anche lasagne alla boh-lognese e di tutto un po’ per tentare di rimanere sul pezzo.

Il sushi è alla portata di tutti grazie anche alla formula “All You Can Eat” in pratica mangia quanto vuoi per 19,90 euro

Detta anche “Ti sfondi di sushi sperando che i NAS siano passati di lì prima dell’anisakis” Ma se c’è una cosa che mi ha sempre inquietato è proprio questa: mi chiedo come possa una materia così pregiata quale il pesce costare così poco. I locali hanno tutti un impatto visivo affascinante, entrando il design subito colpisce positivamente, pavimenti curati, tavoli perfettamente allineati e che non traballano quasi mai, bagni quasi puliti… solitamente i lampadari sono giganteschi o in imbarazzante sovrannumero. Pare che tra ristoratori giapponesi sia in atto la gara a chi ce l’ha più grosso – il lampadario* s’intende – con swarovski, d’oro, a cascata, a raggio alieno…mai e dico mai una lampadina da sostituire.

*Generalmente la megalomania illuminotecnica è direttamente proporzionale alla gastro-inculata che si prende a tavola.

Ma allora dove sta l’inghippo?

Frequentandone qualcuno ho capito. Tutto inizia con l’apertura del menù dove si capisce che hanno sicuramente rinunciato ad ingaggiare un grafico professionista: orrende fotografie corredano testi scritti male, trecentosettantacinque proposte degustazione, duemilaottocentaquarantasette pietanze, tre vini, due dolci dove il cliente si perde e finisce per ordinare a caso tanto i sapori sono quasi tutti uguali. Le cose più buone sono ovviamente à la carte insieme alla salsa di soia senza sale – più rara e costosa del tonno rosso – perché sappiate che se scegliete di mangiare “All You Can Eat” la soia sarà salata, molto salata, come del resto il costo delle bevande stranamente escluse dal menù.

Al momento dell’ordine nessuno è in grado di pronunciare il nome del piatto in maniera perlomeno traducibile tant’è che i giapp-inesio i cinesi che si sono trasformati in giapponesi per business –  stupendo ancora il cliente per le doti grafiche, hanno imparato a numerare le proposte. “Per me un 2, un 16, due 34, un 12 e un 48 senza salsa”. Al “senza salsa” il numero 2 è gia sul vassoio del cameriere che urla: “Bingoooo!” mentre si avvicina al tavolo.

L’unica conditio sine qua non è che non si avanzi nulla.

Che poi io non ho mai capito, ma se il mio stomaco ha sempre la stessa capienza a cosa mi serve sapere che posso mangiare quanto voglio? Mangerò sempre 6 nighiri al salmone e 8 uramaki con il gambero dopodiché sarò piena. E allora non mi conviene andare a mangiare in un sushi bar dove non mi debba portare la salsa di soia da casa? Magari una volta di meno ma preferendo la qualità alla quantità.

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