La speranza non è l’ultima a morire, ma è la prima a risorgere

Ogni tanto perdo i pezzi, ogni spesso a dire il vero.

Il tempo vola e le settimane fanno capriole diventando mesi, inglobando nel loro girare folle tutte le emozioni prima ancora che riesca a gustarmele. Ci si ritrova così a 46 giorni dal Natale, il terzo per noi tre. Il primo è stato un respiro affannato, uno di quelli che seppur ti sforzi di incamerare più ossigeno possibile nei polmoni pare che la cassa toracica non sia abbastanza capace di contenere la tua fame d’aria. Poco prima Doppia T è stato male, noi siamo stati male. Usciti di corsa da un ospedale per ricomporre i cocci di una famiglia provata. Tra la neve abbiamo provato a fare un albero, srotolando metri e metri di lucine d’oro per poi guardarlo al buio della sera, tenendoci stretti e ringraziando per quel Natale che nonostante tutto era lì rassicurante a riscaldarci un po’, a dirci che forse non era tutto a posto ma lo sarebbe stato presto.

Quando ripenso a quel periodo penso ad una bilancia, a quanto il cuore diventi preciso di fronte al dolore e alla paura, a quanto le cose rivelino di botto il loro peso nelle nostre esistenze. Si passa la vita a non ringraziare mai abbastanza ciò che si ha lì davanti, proprio sotto al naso. Perché di fatto sappiamo che quello è il suo posto, con noi, e pensiamo che nessuna rivoluzione possa interessare altro che la Terra. Ma se poi arriva il terremoto e ti sposta il pavimento sotto le scarpe, facendo crollare i muri di carta velina che hai costruito e spaccando i ponti che collegavano saldamente a te le tue certezze, tutto il superfluo scompare. E ti ritrovi solo a chiedere di salvarti e di salvare chi ami. Pronto ad impegnare ogni cosa, aggrappandoti con le unghie e con i denti alla speranza.

La verità è che i momenti difficili di primo acchito non hanno un perché, nessuno nel dolore può avere la razionalità di dire che qualcosa di buono in quel marcio crescerà…come un fiore. Non si può, perché in quel momento stai andando in pezzi e per ogni piccolo frammento di te che riesci a recuperare ce ne sono dieci che ti cadono dalle mani. Quante volte in quei giorni ho sperato che capitasse a me, che potessi assorbire ogni male come un filtro per lasciare la vita “pulita” a mio figlio. Quante volte ho guardato Stefano andare a casa con gli occhi pieni di impotente dispiacere mentre noi ci fermavamo in ospedale, in un letto che non era nostro e che troppe volte mi teneva sveglia a pensare fissando le luci al neon del corridoio.

I momenti difficili succedono e non si curano di niente, neanche del Natale. Devastano; e no, la speranza non è l’ultima a morire ed è vero, ma è la prima a risorgere. Le basta poco per rinascere e riprendere il volo come una fenice. Basta un sorriso, un referto, una dimissione…

Dopo quasi due anni vi dico che il dolore ha lasciato in me, in noi, traccia di sé; è ormai ricordo ma è come se non sbiadisse mai. Ha lasciato la paura, togliendo forse un po’ di frivolezza, ha tolto un raggio di luce per fare un po’ d’ombra. Ma qualcosa di buono la paura ce l’ha regalato, cementando in noi una grande forza, di quelle che niente può scalfire, ha unito con una saldatura a filo continuo una famiglia che di fronte alla difficoltà si è abbracciata più forte. Ha ristabilito l’ordine delle cose in una piramide che come vertice ha l’odore di noi. E amando la paura è passata, sono passati anche i problemi e anche quel Natale, adesso lo spazio è solo per la felicità, pura e a squarciagola.

Questo Natale abbiamo posto solo per il solletico sotto ai piedi, la cioccolata calda e densa, i piagiamoni e la neve che fiocca sui nostri nasi.

Voglio dirvi di essere pazienti, perché forti non si è mai di fronte ad alcune prove.

Voglio che sappiate che un’onda che t’investe ti toglie tutto e ti risucchia in quel vortice senza farti respirare; poi ti sbatte su un’altra spiaggia senza niente, ma quando alzandoti ti scoprirai tutto intero ti sembrerà che non ti manchi niente.

 

L’apnea finirà, vi voglio bene.

Francesca

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