La playlist di marzo: collanazze e denti d’oro

playlist marzo collanazze e denti d'oro

C’è stato un tempo, ormai parecchio lontano, in cui nella lista delle mie priorità il podio era occupato da tre cose fondamentali:

  • gli amici
  • il motorino
  • la musica

Il 2000 era alle porte e la mia libertà di adolescente si stava spalancando sulle possibilità. La mia attività preferita era prendere 4 in chimica e girare in motorino con le amiche. Ogni giorno da casa costeggiavo il naviglio per chilometri; ne conoscevo a memoria tutte le buche, sapevo perfino quanti secondi duravano i semafori.
Ricordo molto bene in un punto preciso del tragitto si sentiva uno sbalzo di temperatura, come una barriera invisibile che separava il centro di Milano e la periferia della città.
All’andata era un freddo pugno nello stomaco, al ritorno quasi un tepore piacevole che accoglieva il mio ritorno in quella bolla di smog.

Tutti i pomeriggi, tutte le sere: casco, catenazza per legare il bolide e lettore cd.

Sì ragazze cciovani, so che sembra sconvolgente ma nei primi anni 2000 non c’erano l’I-Pod e Spotify. Per ascoltare musica fuori casa c’era il lettore cd, l’evoluzione del walkman.
Per darvi un’idea ci si portava dietro l’equivalente, in dimensioni e peso, di una piastra per fare le crepes. Si smadonnava duro perché in tasca non ci stava e se ci stava era infilato in verticale e ogni sei secondi il cd saltava ed era tutto un ta-ta-te-te-ti-ti-to-to prima che la canzone riprendesse.
Erano gli anni della pirateria, masterizzavamo i cd scaricando musica da siti strani; potevamo metterci settimane per completare il download di un solo brano. La connessione era a 56k e remota era anche la possibilità che la canzone non fosse un porno.

Quelli erano gli anni dell’ R&B, dell’hip-hop e di Mtv, dei video in cui i rappers dimostravano a suon di collanazze e denti d’oro che avevano fatto un sacco di soldi.
Gli uomini erano dei mannaggia, tutti con almeno tre sparatorie sul curriculum dalle quali erano usciti incredibilmente illesi. Lo raccontavano nei loro testi fra una parolaccia, una zoomata su cerchi cromati e un petto unto e depilato.
East coast, west Coast, Tupac o Biggie Smallz non importa, nel quartiere tutti facevano brutto e arrivavano in testacoda.
Giravano con macchinoni vistosi, pieni di donne e di dollari che puntualmente sventolavano; addosso jeans larghi dal cavallo così basso da appoggiarsi direttamente sui malleoli.

Io e le mie amiche eravamo pazze per quel genere, soprattutto per la scena femminile dei primi 2000.

Eravamo fan della loro volontà di emergere e trovare uno spazio tutto loro, in cui far sentire la loro voce, dentro quel sistema così maschilista.
Desideravano il successo, la parità, il potere e forse anche lanciare soldi in faccia ai loro colleghi che le consideravano al massimo per un featuring in mutande.
Non ci perdevamo una nuova uscita, un video, andavamo fuori di testa per i balletti e per gli outfit.
Erano esagerate nei costumi, nelle esibizioni e noi in completa adorazione. I look di Gwen Stefani, la voce di Xtina Aguilera, i capelli (e anche un po’ il culo) di Jennifer Lopez, la grinta di Missy Elliott, il carisma di Beyoncé.
Avevano la capacità di farti sentire potente semplicemente cantando una canzone.

Chi non ha provato, almeno una volta, a camminare col passo di Beyoncé in Crazy in love sentendosi potentissima; capace di aprire la valvola di un idrante con un calcio.

Probabilmente, complice l’età, me la sentivo tantissimo.
Confesso di aver più volte tentato di replicare alcuni look: una volta ho comprato una canotta a rete con pantalone cargo color sabbia, innamorata di una scena del video Jenny from the block. Incredibilmente l’outfit c’era, ma io assomigliavo più al block che a Jenny.
Tralasciamo i dettagli sui pantaloni a vita bassissima e relativi perizomi in vista, wannabe Gwen Stefani, perché sono un ricordo che ancora mi provoca qualche fitta di vergogna.

Sulle note di The Boy Is Mine invece facevo sia Brandy che Monica; praticamente mi litigavo il fidanzato da sola, davanti allo specchio in cameretta.
Ogni occasione era buona per ballare una coreografia in stile Destiny’s Child. Bastava prendere il corridoio e sfilare fino alla cucina, per improvvisare due mosse e aprire il frigo con tanto di passetto sexy. Questa cosa mi è rimasta, lo faccio ancora adesso. Non ho più il lungo corridoio ma ho una scala che mi regala performance davvero notevoli.

Questo mese quindi la playlist è dedicata alle donne dell’hip-hop, quelle che mostravo in foto al parrucchiere chiedendogli, come fosse San Gennaro, di compiere il miracolo.
Ai loro balletti che ancora ricordo a memoria, al contrario delle parole dei testi che invece ancora mi invento di sana pianta.

Alla bellezza di quegli anni e al motorino che mi portava così lontano pur essendo vicino casa.
Alle mie amiche, alla nostra musica; un auricolare ciascuno, guidi tu?
E come urlava Christina, in top e shorts lilla, a una schiera di uomini che le dicevano di tacere, Can’t hold us down! Un messaggio ancora troppo attuale, al contrario, per fortuna, dei calzettoni di spugna bianchi con le open toe tacco 12 della Aguilera.

La playlist su Spotify è qui

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