Pigiama Party e Smemorande

dopo lo zero

Gli anni dell’adolescenza sono stati terribili: un esame infinito durante il quale se ti eri preparata per sfilare come miss Italia ti veniva chiesto di svolgere un’equazione, se avevi studiato le tre leggi di Keplero ti si giudicava il culo piatto.

Ricordo le scarpe – oscene – che indossavo: un paio di ferri da stiro sui quali avevo disegnato un murale con l’UniPosca rosa. C’era scritto “Fra”, nel caso dopo l’ennesima storta l’ortopedico del pronto soccorso cercasse i miei dati personali.
Ricordo il metabolismo di quegli anni: così rapido da bruciare per osmosi anche le calorie di quelli che mi stavano intorno.
Ricordo il tempismo, sempre sbagliato, dei ragazzi e delle loro proposte a risposta multipla ti-vuoi-mettere-con-me-sì-no-forse che i casi erano sempre due: o erano cessi o la volta che quello che ti piaceva ti passava un biglietto, il cuore ti batteva così forte da non farti sentire che ti aveva bisbigliato di passarlo alla tua compagna di banco. Ovviamente figa, la cocca della maestra di ginnastica artistica, quella che stava bene col body e l’orrida calzamaglia bianca. Senza occhiali, con le trecce perfette mica sfatte come le tue.
Tu eri solo il messaggero con le ginocchia brutte e le unghie rosicchiate.

E allora il cuore tornava lì: nella casellina del vaffanculo, dove poi è rimasto per tutte le scuole dell’obbligo.

Non è stato un periodo semplice e con i maschi è sempre stata una lotta. Un bambino, in particolare, mi faceva sempre i dispetti e le mie amichette di grembiulino, rosa con gli Aristogatti, mi dicevano che lo faceva perché era innamorato di me e che quello era il suo modo di dimostrarlo.
Durante l’ora di ricreazione in giardino scavava come un matto per trovare i lombrichi, dopo me li metteva tutti in testa.
Poi è arrivato a pisciarmi sulle sedia.
Secondo loro mi amava tantissimo, secondo me aveva disagi a mazzi.

Ecco perché poi una cresce con una visione distorta sull’amore. Se diventi grande pensando che il corteggiamento sia questo non c’è da stupirsi se poi uno che rutta tutto l’alfabeto ai tuoi occhi sia un eroe.

Ma è stato sicuramente meglio il baby entomologo di quello, che alle medie, mi ha chiamata chiedendomi un temperino in prestito e si è calato i pantaloni, a tradimento sotto al banco.
Poi ci chiedono perché siamo prevenute, perché vogliamo i fiori e le giacche sulle spalle quando fa freddo.
Perché siamo in ipotermia post traumatica, ecco perché.

La mia vita sentimentale all’inizio non è stata una fiaba, assomigliava più ad un pesce d’aprile in un giorno di marzo: uno scherzo di cattivo gusto.

Dovevo saperlo già quando con le amiche, questa volta di Smemoranda, passavamo le serate dei pigiama party a giocare a Boyfriend Phone. Avete presente? Quel gioco da tavolo dove si doveva scovare tra i pretendenti chi fosse realmente interessato a te.
Ecco, anche lì non me ne andava una per il verso giusto; io piacevo sempre a CarloMichele, Mario, Bruno e Massimo: i più cofani sulla piazza.

Carlo aveva l’attitude e il ciuffo phonato del pr, Michele la faccia da secchione col futuro da killer seriale, Mario invece dal parrucchiere era consueto farsi fare la piega a bigodini di nonna Maria. Bruno un promettente futuro nello spaccio e Massimo un illusionista dai capelli trapezoidali.
Mi sembrava di vederlo, il mio futuro.

dopo lo zero

I cessi di Boyfriend Phone (compreso old Claudio)

Mai un Fabio, un Guido….un Luca. E quando mi buttavo, ci provavo e componevo sul telefono fucsia il loro numero di telefono mi sentivo sempre dire: “Mi dispiace ma non sono io”  e puntualmente era Claudio a farmi la corte. Quello che era già vecchio da giovane, con la giacca a vento viola e arancio e il bavero sollevato anni ottanta.

Io odiavo Claudio!

E non è che poi sia andata meglio, o meglio ho smesso di giocare a Boyfriend Phone e ho chiuso la Smemo. Ci ho messo del tempo ma mi sono piaciuta, poi amata. E sono diventata più bella, ma è successo solo quando ho creduto in me e nel mio sorriso imperfetto ma vero.

Dopo qualche anno ho fatto un’altra telefonata, ci ho provato di nuovo e sapete che c’è? Che è andata bene… e si chiamava Stefano. La pipì la fa in bagno e non scava buche in giardino…direi che ci sono ottime probabilità che sia quello giusto.

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