A Natale sono tutti più buoni, io no.

Voglio dire una cosa a quelli che scrivono i messaggi con i doppi punti di domanda:

Avete rotto le palle!
Ecco, l’ho detto! Sì perché anche nell’era dell’ iper-comunicazione (a scopo cazzeggio) la punteggiatura non va dimenticata.
È importante tanto quanto le parole che dite, anzi è proprio lei che è in grado di spiegarle a chi non sente il vostro tono perché dall’altro capo del display.
Noi divoratori di smartphone e tossicodipendenti da sert della chat dimentichiamo troppo spesso la grammatica italiana e le sue regole, almeno quelle di base, non pretendo i congiuntivi perché sarebbe chiedere troppo.
Di un messaggio possiamo leggere le parole ma, proprio grazie alla punteggiatura, anche il tono. A volte è pura interpretazione del lettore, altre è semplicemente arroganza dello scrittore.

Si perché non posso fare a meno di irritarmi quando mi arrivano, via messaggio i doppi punti di domanda.
“Ci vediamo oggi??”
Sono io che ho dei problemi o il fatto che il mittente abbia istericamente inserito due punti interrogativi rende la conversazione poco piacevole?
Non so, io ci vedo una sorta di “ti muovi a rispondere?” oppure “allora ci sei?”. E non credo dipenda dal mittente, credo proprio che quei due ricciolini diano un carattere poco cortese alle richieste di chiunque.

Quante discussioni nascono dall’interpretazione dei messaggi via chat? Coppie che litigano furiosamente a colpi di emoticon, amiche che si tirano parole indicibili per una spunta.

Grazie al cielo Zuckeberg non ha ancora inserito il dito medio o le corna, ma qualcosa mi dice che lo farà al prossimo aggiornamento.

Un po’ come i caratteri cubitali stanno alla voce alta, i doppi punti interrogativi stanno all’arroganza

Ormai c’è una sorta di codice non scritto, un vocabolario whatsappiano.

E’ indubbio che siamo tutti di corsa, chattiamo di fretta ai semafori o nascondendoci durante l’orario di lavoro ma caspita a volte siamo troppo criptici.
Troppo sintetici.
Non sono della generazione dei “nn” o dei “k, km e dv” per mia fortuna l’ho beccata di striscio con i “cmq” e i “xché”.
Sono molto fiera di abbreviare soltanto pochi vocaboli, sono sempre stata così, anche quando i messaggi si pagavano e troppe volte 160 caratteri bastavano solo a rafforzare il primo dei cinquanta vaffanculo durante una lite col moroso.
Però finché si trattava di trovare un modo per scrivere velocemente un concetto infondo ci stava, poi in cuor mio spero che nessun trentenne scriva così perché sarebbe davvero patetico.

Immaginate un primo appuntamento con uno che ti scrive:
“Ciao sono Luka, c6?? C sm knsciuti ieri. C 6 dmn alla festa?? C vdm dv c’è il bar??”
Ma neanche a 15 anni potevo esaltarmi nel ricevere un messaggio del genere, neanche fosse stato il più figo della compagnia, quello col motorino con la marmitta rovesciata.
Al di là delle “k” e dei rebus piazzati qua è là li vedete i doppi punti di domanda? E non vi sta venendo il nervoso? Sembra che tra le righe il tamarro di turno ci stia dicendo “emmuoviti abbella”

A me parte l’orticaria giuro!

Non so forse pensano che dato che non si pagano tanto valga abbondare ma non è così.

O forse credono rafforzi il concetto, cioè rendano più chiara la domanda.
 “Vieni oggi al cinema?”
e
“Vieni oggi al cinema??”
Non sono la stessa cosa, il primo è un invito per un appuntamento, il secondo uno a muoversi a rispondere al messaggio.

 

Non credo sarebbe stata la stessa cosa se Rose avesse chiesto a Jack:

“Mi fai un ritratto??”

Di Caprio le avrebbe sicuramente risposto:

“Stai calma culona viziata, sto temperando il carboncino!”

 

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