Mio marito e i film polizieschi

mio marito e i film polizieschi

Quando mio marito prende possesso del telecomando ho sempre e solo una grande certezza: sarà uno di quei soliti polizieschi.

Uno di quei film che tanto piacciono al genere maschile dove si corre in macchina, si spara e le poliziotte in genere sono tutte Eva Mendes e hanno la quarta. Proprio quella sera in cui sei sul divano struccata, con la maschera all’argilla verde, il mollettone in testa e la tuta sformata, arriva lei: sexy quanto basta da farti sentire a tuo agio come un alluce incarnito dentro una boutique di Jimmy Choo.

Ma va be, lui mi ama e al buio magari i baffetti non si vedono. Domani però chiamo l’estetista.
E comunque Eva Mendes sta con Ryan Gosling. Per dire.

Partiamo dal presupposto che se non c’è una sgommata ogni 32 secondi non è un poliziesco degno di tale definizione.
In questi film sgommano tutti.
Parcheggiano e sgommano.
Curvano e sgommano.
Al semaforo partono e sgommano.
Da Mc Donalds prendono il Big Mac e sgommano.
Anche quando non ce n’è bisogno loro sgommano, è un’esigenza, un intercalare scenografico.

Le sgommate nei polizieschi americani sono come i cioè che un milanese mette in un discorso.

Tra una sgommata e l’altra poi succede che la centrale comunichi via radio la posizione del sospettato, che si trova all’angolo con la Broadway. Il sospettato è sempre sulla Broadway, garantito!
Questa via credo vanti il tasso di criminalità di Caracas e Juarez messe insieme.
La volante fa una pericolosa inversione a U sull’incrocio, da sequestro del veicolo, ritiro di 74 punti dalla patente e 4000 dalla carta fedeltà Conad, poi parte a sirene spiegate.

I poliziotti, incazzati per esser stati interrotti mentre mangiavano la loro ciambella, avvistano subito il furfante tra la folla, pure se è Black Friday o se si corre la maratona di New York.

Loro individuano immediatamente il soggetto, che è sempre l’unico che procede in senso opposto rispetto alla massa.
A questo punto scendono dall’auto e lo inseguono a piedi, il ricercato cerca di seminarli prendendo i vialetti, sì quelli fumosi e pieni di immondizia. Da qui partono i canonici sette minuti di salto: cancelli, casse di legno, bidoni dell’immondizia, vecchie auto parcheggiate; un must per questo genere di film.
C’è sempre un rottweiler che abbaia, attaccato ad una catena lunga abbastanza da sfiorare appena il malleolo del fuggitivo senza prenderlo. Malleolo che viene colpito di striscio dalla pistola d’ordinanza di uno dei due poliziotti, ma che comunque non arresta la corsa del criminale che, invece che arrendersi, si fa in corsa un laccio emostatico con i panni stesi della vecchia del primo piano.
Nelle fughe più inverosimili addirittura il cattivo entra ed esce dalle abitazioni di poveri estranei. Passando di casa in casa, dalla cucina al soggiorno, saltando divani incellophanati e tavolini arte povera. Sfiora perfino la pirofila di maccheroni al formaggio che tiene in mano il donnone afro, che s’incazza perché le hanno spostato un bigodino.

Le spettatrici donne a questo punto del film scoppiano in una fragorosa risata, soltanto apparentemente fuori luogo. In realtà pensano ai propri compagni che con 37,1, e i malleoli integri, chiedono gli venga concessa l’eutanasia.

In un attimo scatta il paragone tra Jason Statham, il cui cognome è chiaramente il suono di una porta che sbatte, che si toglie i proiettili coi denti senza proferire parola e i nostri Flavio Brambilla che fanno coff coff sul divano perché hanno preso aria in corridoio.
(non me ne voglia il Brambilla, è solo un nome di fantasia)

Si torna per strada e il criminale sequestra l’auto ad un povero innocente, gli dice di non fare storie e gli punta una calibro nove col silenziatore che dalla portiera gli entra direttamente nella narice sinistra.
Il povero cristo, altrimenti detto mutanda marrone, guida il più veloce possibile sotto direttive del pluri-pregiudicato, ma in cuor suo sa già che molto presto finirà scaraventato giù dalla macchina in corsa. Non prima però di averla sfasciata contro: pali, semafori, anziane, cestini dell’immondizia, carretti degli hot-dog, centri commerciali, cinema e pure l’ufficio della sua assicurazione.

Il cattivo prende il controllo dell’auto e prosegue la sua corsa, tranciando gli specchietti retrovisori nei vicoli e riducendo ad una carcassa quella povera utilitaria che ha sottratto a mutanda marrone.

Prende l’autostrada, intanto la polizia chiama rinforzi. Sono 13 macchine delle autorità, un elicottero e un camion della squadra speciale contro uno e non riescono a bloccare la sua corsa.

Il fuggitivo procede contromano, zigzagando tra le auto. Sgomma di continuo e non ha pietà per nessuno.
Guida con i denti, con le sopracciglia, in retromarcia. Una cinquantina di automobilisti si schiantano, lui illeso anche dopo una carambola tra quattro auto.
Dalla centrale danno ordine di abbattere il fuggitivo.
Arriva il cecchino, si affaccia dal finestrino ad una velocità tale che a qualunque essere umano si gonfierebbero le guance e le labbra sbatterebbero sul mento, ma a lui no, lui è aerodinamico.
Gli spara, lo centra ad una spalla, lui sterza bruscamente e un tir per evitarlo s’intraversa sulla carreggiata, perde il carico e partono le esplosioni.

Mai una volta che il tir trasporti latte, sempre liquidi infiammabili, container o tronchi di rarissime sequoie giganti della Sierra Nevada.

Tutte le unità restano bloccate e lui se ne va facendo pappappero dal vetro e preparando le cartoline dal Messico.
Il bilancio è drammatico: 85.000 civili feriti, 357 morti, 127 capi d’accusa, danni per milioni di dollari e un uomo, il mio, che mi chiede perché rido tanto.
Io lo guardo e gli dico sorridendo che mi aveva promesso una storia vera, non un film di fantascienza.
Altrimenti sarei andata a farmi i baffi.
I baffi sì che sono storia vera.

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