Mindfulness e carogna

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Facciamo tutti del nostro meglio per essere individui migliori.
Vabbè forse non proprio tutti si applicano (basti pensare a Salvini), però possiamo dire che, sulla carta, tutti sappiamo quanto sia importante provare a essere tolleranti, empatici, sensibili, generosi, solidali e giusti verso il prossimo.

Il bene genera bene, è vero.

Sono certa che le persone che leggono queste righe, si sforzano ogni giorno di tenere ben fermo in tasca quel vaffanculo di emergenza di cui tutti siamo equipaggiati. Un’unica dose salvavita nel blister, per la sopravvivenza quotidiana. Da prendere a stomaco pieno, vuoto o infiammato dalla gastrite.
Magari durante il giorno mettiamo una mano in tasca, lo cerchiamo, gli diamo una strizzata, una scossa. Ci troviamo sul punto di sfoderarlo ma poi respiriamo, lisciamo i bordi della giacca e lo riportiamo a casa intatto la sera.
Ci impegniamo a non sbroccare insomma.

Ma per quanta mindfulness possiamo mettere in pratica, per quanto giriamo i mobili per seguire i principi del feng shui prima o poi la carogna sale a tutti. Statene certi.

Arriva per ognuno di noi il momento in cui si manifesta il fastidio universale.
Succede che i tutorial di meditazione su YouTube non bastano più. Tutte quelle ore passate a respirare con il diaframma, liberare la mente, immaginare giardini fioriti di colpo vengono sostituiti dal turpiloquio urlato, dalla contrattura muscolare.

La voglia di dare fuoco alla casa, altro che palo santo.

Zittito il canto degli uccellini, il nonnetto che non rispetta la precedenza all’incrocio non è più un anziano da comprendere e agevolare, ma un vecchio rimbambito da chiudere in casa.
Se poi porta il cappello fila dritto in casa di riposo.

Ci proviamo con tutto l’impegno a essere migliori, sui comodini i nostri diari della gratitudine sono pieni di riconoscenza per i regali che ogni giorno la vita ci fa.
Perdindirindina! Quante cose diamo per scontate.

Arriva però quella mattina in cui desidereremmo ricevere la stessa fottuta gratitudine anche dal tizio cui abbiamo concesso di uscire dal parcheggio.
Sul suo comodino nessun grazie, né diari ma la statua di una mano destra, la sua. Probabilmente quella che si dimentica sempre di alzare per ringraziare.
Lo ammetto: quando in auto faccio passare le persone pretendo di essere ringraziata. Il senso di onnipotenza che provo, nel concedere il passaggio ad automobilisti e pedoni, è pari al pollice verso nell’antica Roma, ma questo sul diario della gratitudine non lo scrivo, non sta bene.

La pazienza dicono vada allenata e allora noi andiamo nella migliore palestra sulla piazza: alle Poste.
Provate a frequentare questi luoghi del demonio al mattino. Sette sportelli in totale: tre chiusi, con le veneziane abbassate dal 1998, due aperti ma con operatori impegnati a far finta di fare cose importantissime per la sicurezza mondiale (tipo dividere le monetine da uno e due cent), due aperti e “operativi”, però con calma.

Il totem dei ticket fuori uso, chi è l’ultimo? Trentadue persone davanti. File a tre capi, a zig-zag, a raggiera, a cazzo di cane.

Alle Poste scatta sempre la rissa per i soliti motivi: c’è quello che vuole passare avanti perché deve lavorare (noi invece siamo qui perché pensavamo ci fosse Bob Sinclar e l’open bar), il pensionato che era qua anche ieri e quindi secondo lui non deve rifare la fila, vale quella del giorno prima.
Il tizio che passa davanti per chiedere bollettini, raccomandate da compilare, o una semplice penna in prestito, se la vede brutta ma mai quanto lo sbarbato che ha la prenotato con l’app. Questo viene insultato e preso a bastonate per i primi dieci minuti; solo dopo escoriazioni diffuse e due costole incrinate, frutto dei colpi inferti dal contundente carrellino della spesa di un’anziana, riesce a far valere i suoi diritti.
Uno dei due sportelli è sempre impegnato in pratiche lunghe e molto lente: sblocco/smarrimento carte, conti correnti bloccati, oppure quando ci sono delle persone che non parlano e non comprendono molto bene l’italiano. Queste vengono puntualmente trattate in malo modo, mai aiutate e generalmente questo è il momento in cui mi parte la brocca.

E non c’è yoga che tenga. Non ci sono allenamenti alla calma o lampade di sale che riescano a riequilibrare la pace interiore quando sale la carogna.

Oggi tutti ci vogliono positivi, ottimisti e grati. Bisogna seguire uno stile di vita sano, un’alimentazione bilanciata e fare un po’ di attività fisica per essere soggetti equilibrati, in grado di sopportare i ceffoni quotidiani che la vita ci riserva.
Facciamo ginnastica, sorridiamo, scriviamo, ringraziamo, beviamo molta acqua; ma quando proprio non ce la facciamo più, e sentiamo salire la carogna, concediamoci la libertà di mettere la mano in tasca e tirare fuori quel salvavita; ché benissimo il saluto al sole ma anche un bel salutame a soreta ogni tanto regala delle soddisfazioni.

4 comments

  1. Ogni ufficio postale è in realtà un cancello per l’inferno, tipo dove abitava Buffy l’ammazzavampiri. Senza Angel. Ma soprattutto, purtroppo, senza Spike. Non c’è corso di comunicazione non violenta (o corso di sopravvivenza tipo Navy Seal) che possa prepararti!

    1. Niente, tu varchi la soglia e sai che dovrai litigare. Litigare duro. Anche col vecchietto che un minuto prima hai aiutato ad attraversare la strada. In posta non è più l’anziano da proteggere. Tutti contro tutti.

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