Lettera per chi sta a guardare

Nei giorni scorsi ho letto un post di Lulu, una blogger dalle parole delicate come una carezza. Raccontava della sua esperienza con il bullismo e di come si sia liberata di quella violenza gratuita che stava subendo.

Oggi vi racconto la storia di una ragazzina che il bullismo l’ha conosciuto quando aveva circa 13 anni. Lei viveva a Milano con la mamma e al fine settimana qualche chilometro più in là dal papà; una persona timida ma socievole e molto sensibile, le piaceva andare in bicicletta e non stava mai ferma un attimo. Stava attraversando la fase di passaggio che porta una bambina a diventare una donna e spesso si divideva tra partite a pallone e i primi pasticci con l’eye-liner.

La sua era una famiglia di lavoratori, economicamente non le mancava niente, neanche il superfluo. Apprezzava ciò che aveva e condivideva sempre, perché stava ricevendo una buona educazione e sapeva bene di essere fortunata.

Ci sono tante persone che le volevano bene per ciò che era. Ma ce ne erano altrettante che per lo stesso motivo le facevano del male

 

Gli insulti, quanti.

I pianti, tanti.

Perché le persone si permettevano di spaccarle le sue cose, di offenderla. I maschi soprattutto. E gli altri in silenzio, o a ridere. Uno stereo in mille pezzi in mezzo ad una piazzetta, lei che se ne andava piangendo sul suo motorino.

Non capiva il perché di tanto odio, perché veniva chiamata solo per cognome, in quel modo, come fosse un dispregiativo.

Non capiva perché veniva giudicata ancor prima di presentarsi a qualcuno.

Sì è vero poteva avere più di altri suoi coetanei, ma era una ragazza educata e generosa e i suoi genitori lavorano onestamente. Non si è mai fatta vanto per un paio di scarpe e chi la conosceva davvero lo sapeva.

Le hanno rubato il telefono, il motorino, il casco, il portafogli, la borsa, il sorriso, la forza. Sembrava non potersi fidare di nessuno. Tutti amici, tutti nemici.

Lei però era testarda e al posto di cambiare compagnia si ostinava a cercare di convincerli che si sbagliavano, che non dovevano giudicarla senza conoscerla davvero. Chiede una possibilità, ma niente.

Poi è diventata donna, portandosi dietro sempre un enorme paura del giudizio altrui. Sentendosi sempre in difetto rispetto agli altri. Guardando sempre con diffidenza le persone. Una cosa che le era rimasta appiccicata addosso e che, ogni volta che le si presentava qualcosa di nuovo, le sussurra all’orecchio “Non vai bene, non vai bene

Ma poi se ne liberò

Conoscendo il bene, quello gratuito. Quello che esiste davvero, nonostante tu non ci creda più. Quello fatto di persone che ti accettano e ti rispettano per ciò che sei perché prima di tutto hanno accettato loro stessi. Quello non violento. Quello che non ha mille volti ma ne ha uno. Maturando ha potuto capire che il disagio non era suo ma di chi stava facendo il bullo, è riuscita a diventare più forte e reagendo non ha più subito. Né fuori né dentro.

Quello che questa ragazza oggi è diventata è frutto di ciò che ha vissuto nel bene e nel male, ma c’è una cosa con la quale non è lei che deve fare i conti.

La vergogna.

Sì perché quella è un’ emozione che appartiene a chi guarda. A chi è stato seduto e ha partecipato, chi ha riso e non è intervenuto. A tutti quelli che sono stati lì e non si sono alzati. La vergogna appartiene a loro, a quelli che non fermano la violenza a cui stanno partecipando e che stanno incitando più o meno volontariamente il bullo a continuare. A chi filma, a chi condivide, a chi ride in faccia ad una persona che piange. A chi non tende la mano né per raccogliere i cocci di uno stereo, né per darti un fazzoletto. A chi ride di una debolezza altrui, a chi fa in modo che le differenze diventino abissi nei quali chi subisce può sprofondare.

Perché dovete sapere che il bullo continuerà ad esercitare violenza su chi è più debole e se restate fermi lì a guardare fate parte di questa categoria anche voi.

Imparate invece a proteggere chi non ha voce per farlo da sé, ad aiutare chi è caduto da solo o per uno sgambetto. Imparate a non aver bisogno di sputtanare gli altri per sentirvi più accettati. Non state a guardare perché la persona che sta subendo davanti ai vostri occhi e della quale state ridendo domani potreste essere voi, o vostra sorella che è un pochino sovrappeso o vostro fratello che di calcio non ne vuole sapere e preferisce ballare. Potrebbe essere uno dei vostri figli, vostro nipote. Smettetela perché potreste perdere chi amate per la sofferenza che qualcuno ha causato loro esattamente come state facendo voi ora.

E smettete di ridere nel momento in cui la persona che avete davanti non lo sta più facendo.

Solo così il bullo la smetterà.

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  1. Ciao cara,leggendoti non avrei mai pensato che avessi subito il bullismo…e sai perchè? perchè mi trasmetti una forza incredibile…tu non sei quella che si piega o si fa piegare.Un abbraccio!

    1. Non so se si sia trattato di bullismo però per qualche anno ho subito molti dispetti ed umiliazioni. Ma mi hanno permesso di farmi le ossa e di diventare forte, mi hanno preparata per cose che la vita mi ha messo davanti che forse non avrei retto. È vero, adesso niente mi piega e sono forte e il sorriso non lo perdo più per niente è per nessuno.
      Ti abbraccio anch’io un sacco!

  2. Sul bullismo ci sarebbe veramente un libro da scrivere: su chi lo vive, chi lo fa, chi lo incita, chi lo subisce e chi, anche inconsapevolmente, lo asseconda. Ti ringrazio per aver voluto condividere con noi questa storia, spero tu sia stato in grado, anche nella difficoltà di questa esperienza, di trarne un insegnamento di vita.
    E’ la sensibilità verso certe cose che sicuramente ci rende migliori.
    Ti abbraccio forte.
    Lulu

    1. Grazie Lulu, ho imparato tanto e mi sono fortificata moltissimo. Mi è rimasta purtroppo la chiusura in me stessa per certi versi, per le cose più intime di me. Però posso dire di aver imparato a difendermi e a difendere. Ti abbraccio anch’io e grazie per aver dato il la.

  3. condivido appieno vedendo tutti i giorni cosa sono in grado di fare i ragazzi ai danni di coetanei. Un messaggio che deve essere diffuso ampiamente e far conoscere questo fenomeno che sta diventando una seria malattia, sia per chi lo subisce che per lo perpetra.
    Ma soprattutto bisogna stare vicino alle vittime perché quel dolore sordo dentro l’anima non viene MAI cancellato.

    1. Vero. Io confido nelle famiglie perché penso che la chiave sia lì, insegnare alle future generazioni il rispetto per il prossimo (dando chiaramente l’esempio)
      Mi sono rivolta a chi sta a guardare perché penso che loro abbiano un grande potere, quello di far sentire il bullo da solo e quindi farlo smettere.
      Spero tanto che cambi qualcosa perché è davvero una brutta piaga.

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