Smettila di tenerlo in braccio così lo vizi

Calzini_braccio

“Smettila di tenerlo in braccio, così lo vizi”

Una volta non capivo cosa la gente volesse dirmi con quella frase.

Non comprendevo come potesse una mamma, davanti ad un bambino così piccolo, avere la razionale freddezza del sentirne il pianto senza assecondarlo… prenderlo in braccio, calmarlo, cullarlo. Macché, io ho sempre risposto: “Fatevi i figli vostri” Doppia T vuole la mamma ed io non l’ho messo certo al mondo per fargli assaggiare quanto faccia schifo già dai primi mesi di vita. Per quello ci saranno: la partita iva, Equitalia e gli sportelli delle poste.

Non ho mai pensato che calmando mio figlio avrei in qualche modo potuto commettere un errore fino a quando, sotto la doccia, mi sono illuminata. Il luogo non è un caso, in quel mezzo metro quadrato sdrucciolevole, come solo l’acrilico inondato di balsamo sa essere, io riesco a partorire i pensieri migliori. Di quelli profondi, esistenziali e rispondenti le domande più cazzare della mia inutile giornata.

Vuoi vedere che tutti gli uomini di merda che ho incontrato nascondono un passato da marsupiali incalliti?

Stai a vedere che la risposta è lì, dove nessuno si è mai preoccupato di cercarla. Semplicemente le loro madri gli hanno dato il vizio, li hanno tenuti in braccio troppo a lungo e loro sono diventati viziati. Incapaci di cavarsela da soli anche nelle circostanze più semplici come la ricerca di un oggetto. Quante volte, impalati come provole, stagionano davanti ad una cassettiera chiusa sbraitando: “Amooooooo! Dove hai messo i calzini?” senza neanche alzare l’indice e tirare quel cazzo di primo cassetto.

Forse dovevamo lasciarli lì davanti a cercare – davvero – i calzini, o forse potevamo cambiare l’ordine dei cassetti in un qualsivoglia lunedì lavorativo e lasciare che se la sbrigassero da soli. Un po’ come quando il terapista per superare la fobia dell’aereo ti obbliga a salirci a bordo, una terapia d’urto.

E non pensate che con le etichette il discorso sia diverso, fate una prova con le ceste dei panni da lavare. Da una parte scrivete bianchi e dall’altra colorati. Vi fidereste a fare la lavatrice ad occhi chiusi? Ecco neanche io e a darmi ragione c’è sempre una t-shirt rossa a righe tra i bianchi a 60°.

Perché allora forse avevano ragione a dire ciò che dicevano: si abituano alle braccia. Alle nostre!

Si abituano a non fare mai quello sforzo in più, preferiscono schiacciare il comando chiedi a tua moglie al posto di quello attiva falange-falangina-falangetta. Un mucchio di sinapsi pigre e svogliate tirate su da vostra suocera a colpi di Plasmon e scorrazzate in braccio.

Ma se è facile – e assai giusto – che il cuore si stringa di fronte ad un neonato, non si può dire la stessa cosa quando si ha a che fare con un uomo adulto. Adesso capisco che “Fate la nanna” di Estivill non è stato scritto per i nostri figli ma per i nostri compagni. Quelli sì che dovremmo lasciarli piangere per quarti d’ora interi bevendo Chardonnay dietro la porta. E sì, anche nel caso presentassero i dorsali come quelli del manichino in fotografia!

Arriverà un giorno del giudizio però ed io me lo figuro così: io fuori casa – possibilmente a fare shopping – lui in doccia. Dopo qualche minuto sotto il getto caldo si accorge che il bagnoschiuma è finito si gira e anche l’accappatoio non c’è. Ecco se poi la caldaia in quel momento desse forfait io sono sicura che potrebbe urlare a perdifiato ma nessuno correrebbe a prenderlo in braccio…a parte sua madre.

2 comments

  1. Quando il marito decide di lavare la macchina, esce dietro casa nel nostro cortile e comincia la grande fatica. Dopo qualche minuto arriva in cucina e chiede dove si trova il prodotto per togliere i moscerini dal vetro.
    Io: “Lo hai messo via tu l’ultima volta. Dove?” Risposta “Sì, l’ho messo lì” e apre il mobiletto trovandolo subito.
    Quindi la VERA DOMANDA è perchè chiedere a me?
    Anna

    1. 😀 Credo gli manchi il gene dell’organizzazione pre-azione. Non può essere altrimenti Anna. Un abbraccio 😉

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