Imparare ad aspettare

aspettare

Circa otto anni fa spegnevo quella che sarebbe stata la mia ultima sigaretta, mentre aspettavo il risultato di un test che che mi avrebbe dato la motivazione per smettere.
Tre minuti soltanto per il rapido responso, più di mezza sigaretta fumata voracemente, un tiro dopo l’altro. Mentre espiravo il fumo dal naso le labbra erano già pronte a tirare un’altra boccata.
Controllavo che non fosse uscito il verdetto, poi tiravo di nuovo. In piedi davanti al water, la testa che girava, la mano pronta a gettare il mozzicone.

Ero una ragazza di ventisei anni che ancora non sapeva dare tempo alle cose.
Tutto e subito.

Volevo la frangia? Non aspettavo di andare dal parrucchiere: aprivo il cassetto della cucina, prendevo un paio di forbici e, anche fossero quelle per tranciare il pollo, tagliavo.
Volevo imparare a fare qualcosa? Dovevo farlo subito: compravo libri, studiavo, provavo. Mi buttavo a capofitto in quel mondo che, di punto in bianco, pareva io non potessi fare altro che esplorare. Non ne uscivo finché non avevo imparato abbastanza.
Desideravo mangiare un determinato cibo? Filavo al supermercato, a pochi minuti dalla chiusura, per recuperare gli ingredienti. Passo spedito, mentre dalle finestre usciva già il rumore di piatti e forchette, la sigla del telegiornale.

Sono sempre stata in movimento, stare ferma è sempre stata per me una grande fatica, una violenza.

Ho sempre odiato aspettare: gli altri che tardavano, la fine della pubblicità, l’apertura di un negozio, il traffico in circonvallazione, la terza serie di esercizi, il mio turno in fila, gli effetti della tachipirina sul mio mal di testa.

Ero quella persona che faceva la prima serie di addominali e, nei trenta secondi di riposo, andava a controllare allo specchio se fossero già visibili.

Ho imparato col tempo ad aspettare.
Quando sono diventata mamma sono andata a sbatterci contro; eccolo lì il mio grande limite: l’impazienza.
Nemica giurata di ogni ambizione, a braccetto con l’incostanza.
Un muro di gomma contro il quale più forte vai a sbattere più violentemente rimbalzi indietro.
Incaponirsi non serve a nulla, occorre invece imparare ad accomodarsi in sala d’attesa, su quella sedia scomoda, con le gambe un po’ sbilenche.
Tocca portare pazienza, senza sbuffare troppo, anche quando sei tentata di alzarti e correre via.
Devi aspettare il tuo turno, tollerare il ritardo, l’appuntamento annullato all’ultimo momento.

Devi smetterla far ballare il ginocchio.
Smettila di puntare i piedi!

È stata dura all’inizio accettare che qualcuno scandisse il ritmo del mio passo, non sentirmi stretta di fronte a quell’imposizione per tutti così meravigliosamente naturale.
Ho lottato perché non volevo adeguarmi, rallentare. Fermarmi significava lasciare vuoto quel tempo, ed io non sapevo che farmene.
Addormentare mio figlio con pazienza, cullarlo per ore. Aspettare che il pianto si calmasse, che finisse di mangiare dal mio seno, che allungasse i respiri e si riaddormentasse. Lasciare che scombinasse i piani che avevo fatto ogni singolo giorno.
Lo ammetto: nei primi mesi ho fatto una gran fatica, con entrambi i miei figli.
Ma poi ho imparato a dare il tempo alle cose, alle persone, alla vita.
Aspetto sempre: aspetto fuori da scuola, in macchina alle lezioni di musica, sugli spalti in piscina, in sala d’aspetto dalla logopedista, in cameretta che si addormentino, che sia pronta la cena, che gli altri finiscano di parlare. Aspetto prima di dire la mia, no questo non è vero!

Sono diventata brava ad aspettare. La smania ha lasciato il posto alla pazienza

Il respiro è più calmo, le dita non tamburellano, il piede se ne sta fermo. Non guardo più l’orologio in continuazione.
Aspetto per ore che l’impasto lieviti, che salga il caffè, aspetto che la pietanza si raffreddi un po’ prima di mangiare.
Ho imparato ad accorciare un po’ il passo o forse sono diventata grande.
Questa pandemia ha messo anche me di fronte all’impossibilità di forzare l’evoluzione delle cose.
Sono stata chiusa in casa un anno senza sentirmi prigioniera mai, se me lo avessero detto non ci avrei mai creduto. Ho dato di matto sì e succederà ancora temo, ma sono certa che saprò aspettare momenti migliori.
Assecondare il tempo, anche quando sembra scorrere uguale e lento, forse significa arrendersi. Ma preferisco alzare le mani in segno di resa piuttosto che lottare con tutta me stessa contro qualcosa che non posso controllare.

E allora che le lancette facessero ciò che vogliono, andassero al doppio della velocità, saltando i minuti, facessero pure la metà dei giri nel triplo del tempo.
Ho smesso di cambiare le pile agli orologi di casa, in cucina sono sempre le 18:27, lancette immobili piegate verso il basso, sfinite.
Io adesso so aspettare. Un po’ di più.

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