Hai una chiamata persa, Dio.

Cammini per strada tentando di ricordarti dove hai parcheggiato.

Parcheggio immenso con tanto di indicazioni composte da lettera e numero; sarà F6? O G3? Non è la battaglia navale in ufficio prima delle ferie ma solo il posto dove, in teoria, hai lasciato l’auto. O forse non era una G ma una B… Boh, fa caldo e come ogni volta schiaccio sul telecomando il tasto di apertura porte in maniera compulsiva, chissà magari sento il rumore dello scatto e trovo la macchina. La sera funziona meglio perché le frecce s’illuminano e rendono più semplice il ritrovamento.

Ché poi quando mi capita di non trovarla per più di dieci minuti inizio a preoccuparmi dell’Alzheimer giovanile. Poi mi tranquillizzo prendendo coscienza del fatto che ho sempre perso e dimenticato ogni genere di bene materiale e a volte anche immateriale (pensieri, sogni, inculate e via dicendo).

Lacune genetiche a parte la trovo, mi dirigo verso di lei con fare sollevato e proprio prima di aprire la portiera una cartolina in terra attira la mia attenzione. Diceva così: “io ti cerco. Dio”.

Caspita, di già?

Cioè Dio mia fa piacere che tu mi stia cercando, io però stavo solo cercando la mia macchina. Ma dimmi, posso darti del “tu”? No perché volevo chiederti se devo raggiungerti da qualche parte perché in realtà io avrei ancora un po’ di cose da fare qua giù.

E la sigaretta? Non sarà mica la tua vero? Non è che mentre mi aspettavi hai ceduto alla bionda? Lo so che non fumi, tu non hai quelle stupidaggini in testa, era così per sdrammatizzare.

In realtà quando ho visto questa cartolina mi è venuto un solo pensiero:

Quante cose ho ancora da fare prima di prendere l’ascensore e suonare al campanello del buon Pietro. Pensandoci sono tantissime, non so neanche se riuscirò a farle tutte (o almeno a cominciarle, data la scarsa costanza).

Il fatto è che vorrei ad esempio finire di dipingere un quadro, così magari lo porto su nell’attico minimal e total White e lo appendiamo al muro. Dà un po’ di colore.

Vorrei dipingere un set di piatti, ho sempre provato grande fascino per i piatti e mi piacerebbe comprare dei colori per ceramica e dipingerne qualcuno. Sì ecco un set è un’impresa, magari due piatti. Non vorrei partire carica a molla come sempre e perdere l’entusiasmo alla prima pucciata di pennello.

Mi piacerebbe anche capire come si lavora a maglia, ci ho provato quando ero incinta ma non ho concluso molto. Fosse stato per me Thomas avrebbe avuto una copertina di 7 cm x 60 cm, non un granché utile in effetti. Ecco la cervicale l’ho guadagnata, quella sì.

Vorrei suonare la batteria quella vera, non quella di pentole ho già rotto troppi mestoli. Lo sogno da sempre. Per tutte le volte che ho sbattuto qualsivoglia cosa sul cruscotto in macchina sulla batteria di Copeland e di molti altri facendo facce per le quali Stefano avrebbe potuto lasciarmi. Mi dispiace Pietro ma dovrai aspettare ancora un po’ ma ti prometto che quando verrò su ci spariamo i Red Hot e suono io.

Vorrei vedere l’America o una parte dell’America, vorrei farmi venire gli addominali scolpiti, vorrei imparare ad impennare in moto, vorrei vedere mio figlio che impenna in moto e mi ride dietro perché io non sono capace. Vorrei fare rally e dire:” Sinistra due, destra quattro” imitando una voce computerizzata al pilota.

Non cercarmi adesso, ho troppe cose da scoprire. Devo capire perché faccio la spesa e non ho mai niente da mangiare. Al supermercato ho praticamente i pranzi e le cene di sei giorni nel carrello e a casa non c’è un ingrediente che stia bene con l’altro. Neanche le mistery box di Masterchef erano così improbabili.

Devo rivedere tutte le sei stagioni di Gossip Girl perché mi piace troppo come si veste Blake Lively.

No, non è il mio momento, ho solo trent’anni. Devo prima diventare vecchia e rompicoglioni, va beh solo vecchia. Voglio muovere due passi di Tango argentino finché le articolazioni me lo permettono.

Voglio vedere crescere mio figlio, magari farne un altro.

Voglio trovare la mia strada, in G2 o in M9 ma la voglio trovare.

Voglio comprare una casa a Parigi, sui tetti. Un buco di monolocale come quello di Alfredo e Rémi di Ratatouille. Scappare lì con Stefano quando abbiamo necessità di viverci da soli. Lo so che non si dice, non sta bene, ma ogni tanto anche i genitori vogliono del tempo per loro. Da soli: una cena, loro due e i rispettivi sensi di colpa per aver lasciato la prole in un bel tavolone da sei.

Devo studiare, imparare tante cose.

E so che non si fa ma ho anche un paio di vaffanculo nella tasca da sfoderare. Poi perdono promesso.

Non sono pronta per l’aldilà, devo prima vedere tutto l’aldiquà.

Se devo dirtela tutta non è che il Paradiso sia proprio una meta nelle mie corde. Non è che mi mandi in campeggio vero? Non sono un tipo da aghi di pino conficcati nelle dita dei piedi e nemmeno da seggiolina pieghevole. Ti prego non mandarmi in tenda, sono disposta ad accettare le formiche ma il bagno in comune no. Poi ad essere sincera io tutta questa vita a contatto con la natura alle mie Valentino non la farei fare.

Poi va beh ci sarebbero due cose che sarebbe meglio finissi di fare: pagare il mutuo, disdire Sky (quelli si attaccano a tutto) andare in luna di miele (un miele riserva, dato che andremo l’anno prossimo).

Diciamo che se proprio hai bisogno di me potrei fare un saltino su una di queste sere e facciamo due chiacchiere. Però non mi fermo eh, un caffè e torno giù…che ho da stendere i colorati.

Con affetto

La pazza del piano terra.

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