Due fratelli e due madri diverse

I miei figli sono molto diversi tra loro, ma quello su cui mi vorrei soffermare oggi è quanto diversa sono stata io come madre.
Due esperienze opposte, quasi a specchio. Come il gioco trova le differenze della Settimana Enigmistica, con due vignette completamente diverse fra loro, così sono state finora le mie esperienze in veste di madre. Non serve nemmeno andare a pagina 46 per trovare la soluzione, è tutto visibile a occhio nudo, anzi pure con un occhio chiuso, magari presbite.

Con Thomas, il primogenito, ho tenuto un diario della gravidanza. Un quadernino rosa con un macaron in copertina dove annotavo pensieri sulle tenerissime tutine in ciniglia che lavavo con detersivo ipoallergenico e Napisan. Scrivevo le mie paure, raccontavo i miei pisolini, descrivevo le ecografie, le cose che avevo imparato al corso pre-parto.
La borsa per l’ospedale era pronta tre mesi prima della data presunta, tutti i cambi ben divisi in sacchettini di stoffa, comprati appositamente, i body abbinati alle tutine, i cappellini coordinati ai bavaglini.

Le mie camicie da notte e i pigiami di Prénatal, pagati così tanto che la commessa si è messa un collant in faccia prima di battere lo scontrino.

Dopo la doccia mi spalmavo l’olio di mandorle dolci e seguivo una dieta sana ed equilibrata, facevo video da 21 minuti inquadrando la pancia che si muoveva.
Quando Thomas è nato, dopo un parto che mi sento di paragonare a un weekend lungo, in all-inclusive: induzione, epidurale e mutande di rete comprese nel soggiorno, una volta tornata a casa ho pianto una quantità di lacrime che pensavo non potessi piangere in tutta una vita.
Piangevo sempre: sotto la doccia, quando partiva la sigla del telegiornale delle 20:00 (non so spiegarne il motivo, ma penso sia perché ogni sera quella musichetta mi ricordava che non avrei riposato neanche quella notte), quando andava via il sole.

Ero felice, eravamo felici, ma eravamo inesperti e soli e questo ha reso le cose un po’ più difficili.

Thomas è stato allattato a richiesta per sei mesi dopodiché ho ascoltato me stessa e non tutti quelli che devi allattarlo, ma tu sei pazza hai il latte continua! e ho smesso.
Lo svezzamento è stato da manuale: la tabella delle introduzioni appesa in cucina, il brodino vegetale, gli omogeneizzati biologici. Le scorte in freezer, la frutta da succhiare nella retina anti-soffocamento.
Quando ha mosso i primi passi ho smussato ogni spigolo, quelli che non potevo smussare li ricoprivo con i paraspigoli e la gommapiuma.
I giochi erano sempre educativi e stimolavano la sua creatività. Giochi montessoriani, in legno certificato fsc, dove per fsc s’intende figasecostano.
Lo shampoo che non brucia agli occhi, le salviette igienizzanti per il ciuccio, il kit pronto soccorso sempre in borsa.

Andrea è arrivato a distanza di quasi quattro anni da Thomas. Un altro parto indotto ma questa volta veloce, questo secondo figlio è nato con la cazzimma di chi decide di nascere con una sola spinta, senza concedermi il lusso di far chiamare l’anestesista.
Nei nove mesi di gravidanza non sono riuscita a scrivere nemmeno alla lista della spesa, figuriamoci un diario.

Al quinto mese ero piena di sensi di colpa e bruciori di stomaco, un lanciafiamme incastrato nell’esofago, che tentavo di sedare con una cucchiaiata di Maalox sperando si calmassero entrambi.

L’allattamento anche questa volta è partito con difficoltà, ma questa volta nella mia dispensa avevo una confezione di latte in polvere. Non volevo ostinarmi, forzarmi in nome dell’esclusività. Benedetta l’aggiunta, che mi ha fatto sentire tranquilla quando il latte non arrivava.
Il co-sleeping, io che praticavo la regola ognuno nel proprio letto a spada tratta, dopo qualche notte insonne si è presto trasformato in una Next to me agganciata alla mia parte di letto e fanculo i manuali.

Nella borsa del cambio mancava sempre qualcosa: la regola diceva che se c’era la crema non c’erano le salviette, se c’era la traversina mancavano i pannolini. Il cambio sempre della stagione sbagliata.

Il ciuccio, proposto di nascosto dalle ostetriche fin dall’ospedale, quando cadeva veniva succhiato per pochi secondi e tornava sterile. Niente salviettine, aggeggi portatili, saliva di mamma e passa la paura.
Con Andrea il tempo è passato veloce, lo svezzamento è diventato presto un auto-svezzamento; la frutta tagliata a pezzi e la fiducia nelle capacità di quei quattro dentini che superava l’ansia del colpo di tosse.
Quei primi passi al profumo di arnica. Quando ha iniziato a camminare gli spigoli sono rimasti lì dov’erano. C’ero io con lui ma questo non gli ha evitato di prendere qualche testata.

I giochi erano quelli del fratello maggiore: supereroi appuntiti, robe con palline minuscole fatte apposta per andare nel naso, pennarelli infami che ancora devo capire da cosa sono lavabili perché dai bambini no, dai vestiti nemmeno e dai muri non parliamone.
I deliziosi giocattoli in legno sono stati soppiantati da cianfrusaglie chiassose in plastica sempre poco adatte alla sua età.
Sui cartoni animati ha sempre avuto la meglio il fratello maggiore quindi con un bel salto a piè pari Andrea ha saltato Peppa Pig, Masha e Orso e i Barbapapà per guardare subito cartoni stupidi che si menano tra una scorreggia e un rutto.

Sono stata così diversa, non meno affettuosa, meno presente, ma diversa.

Mi chiedo se sia così per tutte, se la prima sia la volta della scoperta e tutto vada scritto, scattato, registrato, smussato, pesato e la seconda sia invece la volta della consapevolezza, in cui, spogliate dalle ansie, ci si prenda la libertà di fare a modo proprio. Senza assecondare troppo il pensiero altrui, allontanando consigli che arrivano anche quando nessuno ha chiesto pareri. Una maniera di essere madre più rilassata forse, più consapevole e per questo più libera.
Che l’esclusività sia un po’ il privilegio di tutti i primogeniti è una facile considerazione, un lusso che i secondi nati non arrivano neanche ad immaginare, purtroppo per loro e per fortuna per noi.

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