Dal pediatra: bugie in sala d’attesa

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Sono poche le volte che mi capita di mentire, non ne sono capace. Quando lo faccio sono solitamente bugie bianche, piccole omissioni o modifiche che romanzano un po’ un fatto realmente accaduto.
Quando succede il mio corpo urla con tutta la sua forza le mie bieche intenzioni: le gambe non stano ferme, battono sul terreno in modo sincopato, le mani arrotolano continuamente i capelli dietro l’orecchio, le ascelle sudano, la punta del naso pizzica e lo sguardo fugge lontano da quello dell’interlocutore.
Manco mi avesse fermata la polizia a un posto di blocco e nel bagagliaio stessi nascondendo un cadavere.
Non è nella mia indole; per dire bene le bugie bisogna essere dotati di buona memoria e questo requisito non è sicuramente nelle skills che mi sono state date in dotazione.

Tuttavia c’è un luogo in cui riesco a mentire spudoratamente: la sala d’attesa del pediatra.

Qui la mia faccia di tolla raggiunge i massimi livelli. In questi pochi metri quadrati mi trasformo nella madre che non sono, e dalla quale forse la mia coscienza mi suggerisce di prendere esempio.
Davanti agli altri genitori in attesa mi mostro calma, paziente, una madre modello. Sorrido serafica a mio figlio più piccolo mentre fa cadere il ciuccio per la quarantaduesima volta in sette minuti, sempre sotto al divanetto, in mezzo al sudicio.
Lo fa apposta lo so, mi sta testando perché ha capito ben presto che la sala d’attesa del pediatra, questo rettangolo di pavimento, è zona franca: non si pagano dazi qui.
Disinfetto il ciuccio con le apposite salviette, che da brava mamma non dimentico mai. Non importa che siano quelle intime, non tiro fuori dalla borsa tutta la confezione. Una salvietta è una salvietta e il Chilly verde ha quel che di balsamico che il Vicks Vaporub se lo sogna.

Ecco che lui s’infila in bocca un gioco smocciolato e infettato da una malattia, della quale tra circa dieci giorni scopriremo il nome unendo i puntini rossi sul torace di Andrea.
Una malattia enigmistica più che una malattia esantematica.

Redarguisco il più grande cercando di farlo in maniera edificante, come vogliono i manuali di puericultura: in maniera ferma ma non aggressiva. Sta giocando con l’aspirapolvere, striscia la riproduzione di un Folletto sul pavimento in simil cotto, producendo uno stridio insopportabile.
Ghigna, una smorfia provocatoria, di uno che sa che in quella terra di mezzo non ci sono ciabatte a portata di mano.
Fa parte di una generazione che non ha vissuto l’angoscia della minaccia: “A casa facciamo i conti”.

Lo guardo, pensando di fargli cadere tutti quei bei dentini da latte in anticipo, giocandomi in una volta sola Tracy Hogg, la Montessori e la fatina dei denti.

Mi guardo intorno, troppi testimoni.
Gli intimo un basta sorridendo a denti serrati e lui la smette.
Si dirige allora al garage delle macchinine, lì dal 1953 come la maggior parte di giochi, e ci mette dentro Saetta Mc Queen. Lo spara giù dalla rampa a velocità supersonica.
Sfiora un bambino, poi un altro, il mio basta si fa secco, le mie labbra sottili e le mie narici dilatate per l’esasperazione.
Sto quasi per dargli il telefono e regalare ai miei nervi qualche minuto di pausa, ma sento già gli sguardi inquisitori delle altre mamme. Penserebbero: eccola lì, la classica madre che rifila il telefono al figlio perché non vuole sentirlo.
Come dar loro torto, l’intenzione sarebbe esattamente quella.

Andrea prende due camioncini, li fa scontrare ripetutamente e mi fissa, tutti sono infastiditi da quei colpi ripetuti ma fingono che la sperimentazione stia alla base di una crescita sana.
Chiedo scusa per il rumore e tento di proporre un altro gioco al piccolo. Ma loro si mostrano tranquille, anche di fronte a quel frastuono lontano anni luce dai loro giocattoli tedeschi, in legno di faggio eco bio, certificati FSC e verniciati con smalti atossici color pastello.
Sto sudando, ma non ho intenzione di perdere questa cazzo di calma.

Ho ancora davanti a me tre persone, poi finalmente il pediatra chiamerà il nostro turno e potrò tornare ad essere la madre che sono davvero: quella che ricatta i figli a suon di ovetti di cioccolato.

La mamma di una bambina bionda e tranquilla chiede come si comportano i nostri figli a tavola. Una risponde che il suo adora i broccoli, un’altra che il suo mangia di tutto ed io, pensando al pranzo a base di cracker di qualche ora prima, fingo di avere qualcosa da trovare urgentemente nella borsa. Probabilmente la dignità.
Thomas prende un libro e si mette tranquillo, Andrea invece si aggira per la stanza in attesa di un’idea: gli propongo di fare un disegno sulla mia agenda, giocare alle costruzioni, contare i microbi presenti nella stanza ma lui niente.
Va dritto alla pianola. L’unico gioco con le batterie cariche è quella stracazzo di pianola. E dov’è la pianola? Di fianco a un neonato che sta dormendo.
Sto per sbroccare, lo prendo per un braccio col demonio in volto, mi gioco sibilando la triade collegio – discarica dei giochi – niente tv per tre anni quando finalmente si apre la porta: “Thomas e Andrea tocca voi!”

Il pediatra vi ha salvato, o forse ha salvato me.

2 comments

  1. Ti adoro!
    Siiiiii….tu metti nero su bianco in modo FANTASTICO …la realtà del quotidiano
    I miei figli non mangiano un ..beneamato…che vergogna!
    E sono teppisti …fingo sorrisi …x poi mollare la frase…”a casa facciamo i conti …niente tecnologia x una settimana”
    GRAZIEEE FRANCESCAAAA

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