Per alcuni è a Las Vegas, per me la perdizione è in cartoleria

Ci sono cose che ci appartengono da sempre, che fanno parte del nostro essere in modo così profondo da non abbandonarci mai. Una cosa quasi genetica che resta lì latente, come un gatto nelle giornate di pioggia che dormicchia sui cuscini della nostra coscienza per svegliarsi quando si sente chiamata.

Non sono semplici preferenze, sono appartenenze.

Il mio richiamo sono le cartolerie, non so spiegare bene perché ma da sempre, messa la mano sulla maniglia e spalancata la porta d’ingresso, ho provato un senso di appartenenza nei confronti di quell’atmosfera, di quell’odore. Quel profumo di carta pulita e pronta per essere scritta, disegnata, tagliata e piegata; a righe o quadretti, quella dei temi infiniti, protocollo. Quella che metteva i confini ai disegni infiniti di bambina con le montagne dalla cima innevata o con i forzieri sulle spiagge dorate (che poi il dorato non rendeva mai, come il color carne).

Carta bianca come bianca è la bandiera di chi ammette un sentimento intero, carta che può assorbire tutta la tua rabbia ed essere maltrattata e appallottolata proprio come ti sei sentita tu, oppure può diventare nelle tue mani qualsiasi cosa tu sia capace di inventare. Un mondo, quel negozio, dove i rumori si attutiscono e l’orecchio coglie solo il suono delle matite scelte per quel disegno che hai in mente di fare appena troverai il tempo. O forse mai lo farai ma poco importa perché in quel momento hai tutto l’entusiasmo che ti serve e i colori fremono sotto le tue mani mentre li scegli. Lo spazio si fa pieno zeppo di cose da guardare attentamente: biglietti, fiocchi, righelli, tempera matite, gomme.

Mi serve una gomma, quella bianca che da piccola non riuscivo a pronunciarne il nome, per cancellare l’adulta che sono e ridisegnarmi bambina; come quando arrivava settembre e la scuola ricominciava, c’erano tante cose da iniziare, da comprare: i libri nuovi e senza orecchie, le copertine colorate che profumavano della stessa gomma dei braccioli del mare, quelle con l’etichetta dove scrivere bene il proprio nome ed io puntualmente non avevo abbastanza spazio e andavo sopra l’orsetto.

L’astuccio che profumava di nuovo, la zip perfetta che non s’inceppava da nessuna parte. I pennarelli e le matite che poi avrei messo sempre in scala di colore, allineandole e temperandole bene. Ho sempre annusato le matite, il loro profumo di legno e grafite mi appartiene. Durante un Natale di bambina scartai una scatola a tre piani in legno di Caran d’Ache, ancora la ricordo la meraviglia, c’erano anche l’oro e l’argento.

Le agende: grandi, piccole, 12 mesi o 16 mesi, minimaliste o piene di disegni. Non so resistere alle agende, le compro, le scrivo per qualche mese e puntualmente le abbandono per poi comprarne altre. Forse per promettermi di essere più organizzata, di segnare le spese e gli appuntamenti, ma poi finisce che scrivo i compleanni e i pensieri volanti, ciò che vorrei diventare ma che poi non riesco mai ad essere. I progetti nati e rimasti zoppi e quelli ancora in grembo.

Gli evidenziatori, esclusivamente fucsia, per sottolineare le cose che leggo, che poi tanto non me le ricordo lo stesso. Quante righe e squadre ho comprato, quante proiezioni ortogonali e prospettive ho disegnato, io che però preferivo i Fabriano ruvidi a quelli lisci, che avevo sempre il mignolo nero di grafite. Io che le squadre le perdevo sempre come l’ora di disegno geometrico. Ero brava ma preferivo le linee storte a quelle dritte e perfette, sceglievo la china al posto del rapido.

Cos’è l’appartenenza se non sentirsi a casa in un posto che casa non è?

Io mi sento a casa anche dal panettiere, ma questo è un altro discorso fatto di focacce, pizzette e carboidrati complessi.

Immagine in evidenza: COLORI A OLIO PER ARTISTI
ceramica smaltata a gran fuoco
http://www.gmazzotti1903.it/tullio-mazzotti-colori-per-artisti-2011.3.html
 

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