Arrivo al 2021 sui gomiti, come tutti

2021 nuovo anno

Il 2021 parte così: senza bilanci da far quadrare e senza liste di obiettivi da raggiungere.

Le liste mi piacciono, riempire fogli protocollo di elenchi puntati è una mia grande passione, mi fa illudere di essere ordinata, di avere tutto sotto controllo. Mi fa sentire come se avessi pianificato per bene dove voglio andare quando invece, dopo otto anni in questa casa, confondo ancora gli interruttori delle luci in bagno.
Succede sempre che di cose ne metto in fila troppe e mi sento sopraffatta; così, una volta scritti per bene i miei obiettivi straccio tutto.

Poi diciamocelo, chi ce la fa a prendere in mano la penna e stilare qualche buon proposito dopo questo 2020?


Al massimo possiamo abbozzare uno scarabocchio. Di quelli che si facevano appoggiati al tavolino del corridoio, quando chiacchieravamo al telefono fisso, quello della SIP. Disegni astratti, grechine e murales fatti con la Bic, mentre arrotolavamo il filo nero sull’indice, che poco dopo diventava viola.
Una generazione che ha rischiato la cancrena. Non fosse per le madri che alzavano bruscamente il secondo ricevitore di casa esordendo con chiudi sto cazzo di telefono, ci sarebbe stata una strage di indici tra noi millennials.

L’anno passato ha lasciato una stanchezza tale che la verità è che non ho voglia di flaggare proprio una mazza.

Non voglio dire che ho intenzione di passare questi dodici mesi a sopravvivere o a piagnucolare su ciò che non ho potuto fare, su ciò che ho perso e blablabla.
Sia mai! La lamentela non mi appartiene. Ho avuto la fortuna di stare bene e con me i miei affetti e comprendo quanto questo sia un privilegio.
Intendo dire che non voglio iniziare l’anno prendendo la rincorsa per (provare a) raggiungere qualcosa che, molto probabilmente, è destinato a finire nel calderone dei desideri mai esauditi. Un’accozzaglia di necessità imprescindibili senza le quali mi sembrava di non poter vivere come: il merchandising di Sailor Moon, a metà degli anni ’90, le dichiarazioni d’amore del bello dei Bagni Pinuccia un San Lorenzo di troppi anni fa e un paio di fantasie attaccate a qualche vocale del trenino di un capodanno lontano, che non ricordo per i troppi Cuba.

Quest’anno vivo quello che la vita deciderà di offrirmi, non ci è ancora concesso fare programmi a medio e lungo termine quindi è inutile. Al di là del fatto che tanto non ne sarei in grado.

Ho imparato a malapena a organizzare la spesa per una settimana intera, figuriamoci se incaponisco a pianificarmi la vita proprio adesso.

Questa pandemia ci ha insegnato ad improvvisare, a rivedere tutto. Ci ha allontanato dalle sicurezze obbligandoci a creare una nuova quotidianità, una ogni dpcm. Non è stato semplice fare i conti con l’incertezza.
Quante pagnotte impastate con cura e mai lievitate, quanti biscotti coppati con entusiasmo son finiti bruciati.
Tante le pizze condite con gli occhi gonfi di lacrime.
Quante urla perché come diavolo fai a non capire il problema di matematica? E quanti pianti sotto la doccia perché il problema era evidente che lo avessi io.

Ci siamo aggrappati con i denti, perché per quanto mi riguarda le unghie sono tornata a rosicchiarmele, ai decreti della domenica sera, agli allenamenti con le casse dell’acqua perché i pesi, quando disponibili, costavano quanto Cristiano Ronaldo alla Juve.
Mi sono sentita bene, mi sono sentita male, come tutti. Ho spento la tv e aperto i libri. Trovato due gomitoli di lana e ho fatto il mio primo cappello. Ho montato le maglie, smontato tutto, rifatto innumerevoli volte, disfatto perché non sapevo rimediare, ma alla fine di capelli ne ho fatti ventitré.


So portare pazienza e arrivare in fondo. Non so se ci volevano i ferri, i libri o i lockdown ma ho capito che oltre ad iniziarle so anche finirle, le cose.


Ho dato di matto. Mentre qualcuno cantava io sul balcone mi ci affacciavo per urlare ai miei vicini che urlano sempre, anche in questo momento. Gliel’ho detto urlando, senza logica, come quando esasperati si grida ai bambini di smetterla di gridare.

Ho fatto tanti incubi, mai come in questi mesi ho sognato catastrofi, cani rabbiosi e cunicoli nei quali mi trovavo incastrata. A svegliarmi era l’ansia, o le braccia intorpidite sotto al cuscino.
Ho sviluppato un livello di multi-potenzialità tale che riuscivo a fare F4 aggiorna sul portatile con la mano destra, mentre con la sinistra facevo aggiorna pagina sugli slot delle consegne dell’app e del sito di Esselunga. Sessioni di 45/60 minuti, tre volte alla settimana a mezzanotte spaccata, per cercare di fare la spesa.
Roba che pure Jane Fonda dei sudatissimi 80 mi ha fatto i complimenti per le calorie bruciate.

Non taglio i capelli da quasi due anni, ma ho tagliato legami che da troppo tempo erano aridi e sciupati. Ho messo in chiaro e talvolta chiuso con persone poco sincere, per offrire tutte le mie energie a quelle che ne meritavano di più.
Mi sono io stessa messa in discussione perché viene sempre più facile con gli altri, ma è bene farlo spesso anche con i nostri di limiti.

Ho arrancato, sono arrivata a questo 2021. Sui gomiti e per inerzia ma ci sono arrivata.

Sono giunta in fondo a questo post senza nominare la parola dell’anno: resilienza.
Calzerebbe come un guanto su tutte e cinque le dita medie che questo 2020 ci ha mostrato, eppure io non me la sento.
Tutti noi ci ritroviamo estremamente cambiati, ricostruiti daccapo, dopo essere stati smontati come dei Lego in mano a un bambino di tre anni. Alcuni con la testa al posto del culo ma non è questo il punto.
Non l’ho fatto perché resilienza è una parola nobile, densa di significato, ma quando qualcuno la pronuncia la mia mente crea un’associazione malsana, un meccanismo automatico che non riesco a smontare.


Per me resilienza è il tatuaggio addominale di Gianluca Vacchi.
Lo so, sono limitata ma non posso iniziare il 2021 augurandovi il meglio se la mia mente produce l’immagine di uno che fa improbabili balletti in mutande.
Però un enjoy per questo 2021 ve lo auguro anch’io. Meno abbronzato, ricco e unto dell’originale ma con la stessa enfasi e con la stessa speranza che almeno qualche manciata di questi nuovi 365 giorni sia da ricordare per qualcosa di davvero molto bello.

16 comments

  1. Pazzesca! Per prima cosa invidio i tuoi 23 cappelli in maglia che io sto ancora cercando concluderne uno e tu hai scritto ho capito che come so iniziare
    Le cose le so anche finire…ecco hai dato a me lo spunto per finire e soprattutto non mollare…che sia un cappellino la dieta l’allenamento o la grinta in questa rivoluzione che stiamo vivendo non mollare è davvero un atto di coraggio. a te

    1. Sopravvivere a questo momento è anche trovare un modo per non uscire fuori di testa. Qualunque cosa ti dia una sensazione di benessere perseguila. Magari non saranno i cappelli (che poi quando cavolo avrò occasione di mettere 23 cappelli?) ma non mollare sicuramente ci aiuta a capire che, per quanto discontinue e fatte di entusiasmi che si spengono in fretta, sappiamo arrivare alla fine di qualcosa.
      Ti abbraccio Roberta!

      1. Che bello leggerti!dai voce…urli ..quello che ho chiuso dentro!
        Grazie …è l ‘unica parola che ora riesco ad “urlarti”
        Angela

  2. Bentornata, è sempre un piacere leggerti.
    Anche io ho passato ore su ore a cercare i pesi ad un prezzo ragionevole! E i guanti con 5 dita medie…soli tu….

    1. Grazie Sandra, grazie per avermi letto. I pesi sono sempre introvabili o carissimi; pensiamoci, potremmo diventare milionarie.

Cosa ne pensi?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: