Vivo in un film ma tra primo e secondo tempo

Vivo in un film ma tra primo e secondo tempo

Adoro guardare i film.

Mi piace mettermi sul divano, accoccolarmi a Stefano, infilargli i piedi ghiacciati sotto alla coscia, spegnere la luce e gustarmi la serata. Possibilmente in compagnia di un barattolo da chilo di gelato. Di quelli che mangi a cucchiaiate e non ti fermi neanche quando ormai hai le labbra blu, le tempie congelate e la lingua ha perso la sensibilità.

Niente può fermarmi, né l’ipotermia né la dissenteria. Sì, perché sono intollerante al lattosio e no! Non sono io la Francesca che con Marco ha detto sì a Valsoia. Io dico sì solo all’Haagen-Dazs al dulce de leche col cucchiaio da minestra.

Da sempre resto affascinata dallo stile di vita dei protagonisti nei film delle grandi produzioni cinematografiche americane. Le loro case, il modo di abitarle, le abitudini quotidiane che riempiono questi spazi di vita, seppur recitata, così diversa dalla nostra. O perlomeno dalla mia. Non che la trama non mi interessi, è che l’occhio mi cade sempre lì: sulla vita dei personaggi.

Dopo anni di attenta osservazione sono arrivata a formulare un pensiero: sceneggiatori e scenografi addetti ai lavori ignorano completamente cosa significhi vivere una vita vera in una casa vera.

Ho già scritto cosa penso riguardo al sesso nei film qui, ora ci tengo a dire la mia riguardo la vita dei protagonisti.

Basta infatti guardare dieci minuti di un qualunque film per accorgersi di quanto sia inverosimile – e a tratti utopica – la vita dei protagonisti davanti alla camera da presa.

Luci e abat jour seminate ovunque.

Chi accende le duecentoquarantasettemilaquattrocento applique prima che la protagonista entri in casa? Mai una volta che la Aniston sia stata al buio sull’uscio a cercare le chiavi o che abbia fatto il giro per tutta casa pigiando tutti gli interruttori. Macché, lo scrittoio è già ben illuminato, i pensili della cucina anche così come le candele sul bordo della vasca da bagno.

Mi immagino al posto dell’attrice: esco dal lavoro, arrivo sul pianerottolo alle 17.27, infilo le chiavi nella toppa e se tutto va bene ho finito di accendere tutto l’impianto illuminotecnico alle 18.19. Nella vita reale qualsiasi donna alla sola vista dell’ascensore del proprio condominio stringe le gambe per l’impellente bisogno di fare pipì. È così, non si capisce il perché ma è dimostrato. Come se la mente continuasse a ripetere pissssssssssss dalla tromba delle scale fino alla tazza.

Lo scotch senza ghiaccio.

Bevono tutti nei film. In casa il protagonista dispone sempre di un angolo bar ben fornito. Bottiglie in cristallo di varie fogge e dimensioni dove hanno travasato ottimo scotch o pregiatissimo whisky del Tennesee. Qualunque sia il film ciò che è certo è che in almeno una scena il protagonista offre due dita di alcol da bere a temperatura ambiente e senza ghiaccio al suo interlocutore, il quale trangugia in un sorso senza fare una piega se non un lieve stiramento delle labbra. Non importa se fuori ci sia il sole del mattino o il buio della sera, il ghiaccio non si chiede. Il ghiaccio è da sfigati. Io mi ci vedo, a buttare giù tutto d’un fiato, lacrimando appena le bollicine della mia Coca Cola vanno per sbaglio su nel naso.

In casa vestiti di tutto punto.

Trovo che questa cosa sia quanto di più lontano dalla realtà. Perlomeno dalla mia. Io con la prima mandata alla blindata già mi sfilo il tallone dalla scarpa destra col piede sinistro. Abbasso la maniglia, apro la porta e lancio le tennis direttamente in sgabuzzino. Chiudo e slaccio bottone e zip dei jeans, cammino verso il bagno calandomi i pantaloni un po’ di più ad ogni passo, terminando davanti alla cesta dei panni sporchi dove faccio meta calciando i pantaloni in aria col piede.

Loro, le donne dei film, girano per casa con la camicetta di raso ancora fresca di bucato alle otto di sera, senza avere la minima traccia di sudore ascellare, niente. Manco un po’ di sudore emotivo da presentazione power point inceppata davanti al capo e a tutta l’azienda. Che a me quando chiedono di scandire il codice fiscale già al BolognaRomaTorino FirenzeNapoliComo sudano persino le penne in borsa. Niente, loro stanno vestite. Cucinano, tagliuzzano, mescolano, frullano con i loro tubini neri al polpaccio senza camminare come pinguini dell’antartide ogni volta che devono prendere qualcosa in frigorifero. Io invece i tubini li metto solo ai funerali perché ho il passo talmente corto da essere in ritardo pure durante processione.

Sciure Marie come flower designer.

In casa ci sono sempre fiori: sul tavolo da pranzo, in bagno, in camera da letto e in ognuno dei tredici disimpegni. Fiori ovunque, seminati in una buona cinquantina di vasi e vasetti. Roba che io vado in panico quando una volta l’anno me ne regalano un mazzo perché non ho mai un contenitore dove rendergli giustizia. Allora succede che prendo la brocca in vetro da 2 litri dell’Heineken – ultima testimone dei bei tempi andati – e metto lì i fiori. Dopo un giorno mi ritrovo tutti i petali suicidi sul piano e nel vaso l’acqua di palude che puzza di uovo marcio. Nei film no, l’acqua è sempre limpida e i petali restano ancorati al bocciolo per tutto il primo e il secondo tempo.

Ma come fanno ad avere sempre fiori freschi in casa? Sarà sicuramente merito del personale di servizio, perché i fiori freschi non credo siano esattamente il primo pensiero per una che passa quattordici ore fuori casa lavorando sodo. La cosa bella è che se dicessi alla sicura Maria di turno di procurarmi dei fiori per la casa sono certa che si presenterebbe con un orrendo mazzo di mimose, tamarrissime rose blu e girasoli. Pur sapendo che odio i girasoli. O forse peggio ancora con i fiori finti, di quelli con i brillantini sui petali rosa fucsia, infilati nella brocca dell’Heineken vuota ma con sotto il centrino di plastica. Nei film no, il personale ha ottimi gusti, se il film è ambientato a Manhattan state certi che non vedrete mai pacchianissime gerbere multicolor, no. Ci saranno: tulipani bianchi, peonie color latte, elegantissime calle e rose color cipria e nessuna sicura Maria.

Pancakes a colazione.

Le colazioni a casa prevedono sempre un giornale e una tazza fumante di caffè, pancakes e muffins appena sfornati anche se è lunedì mattina, piove e in ufficio sarà una giornataccia. Tutti intorno al tavolo, vestiti e pronti. Mai in ritardo. Tutti felici, freschi di bucato. Il papà ha sempre l’arringa della vita, quella che lo farà diventare socio dello studio, di lì a pochi minuti. Legge il giornale, sorride. Niente ansia, nessun crampo intestinale, neanche l’ombra di un’ascella pezzata. La mamma è ben vestita e con la piega, nessuna traccia di stanchezza in viso né di farina sugli abiti. I bambini mangiano composti, mai uno che si rovesci il latte sui pantaloni provocando la tipica isteria materna da cambio completo fuori programma. Il caffè non si raffredda mai e nei sacchetti di carta il pranzo è sempre pronto. Poi arriva il momento di uscire ed è sempre la stessa storia: corrono via tutti. Sciarpa, cappello e cappotto ed io resto sempre lì a chiedermi chi diavolo sparecchi.

Nella vita reale la colazione non è quella cosa lì. È cercare di alzarsi dieci minuti prima degli altri, andare in cucina senza fare rumore e trangugiare qualcosa in santa pace. È scaldare il latte al microonde stando lì davanti al countdown, spegnendolo un secondo prima che faccia quel biiip biiip che sveglia sempre il figlio più grande. È sperare che nessuno parli per almeno un quarto d’ora. È mangiare in piedi mentre sale il caffè perché il tempo è ancora più prezioso del denaro e una tazza di caffè in silenzio, quando sei madre, può essere la discriminante per una buona o una pessima giornata.

No, la vita reale non è fatta di divani che restano bianchi anche con dei bambini in giro per casa. Nemmeno di letti con sopra sessanta cuscini decorativi da togliere uno per uno ogni giorno prima di dormire.

La vita reale è fatta di boccette di profumo che s’impolverano sulle mensole del bagno, di spezie che i accorgi essere scadute da due anni sopra la cappa della cucina. La vita è tosta, più o meno come il culo di Jennifer Aniston. Quello sì che è reale.



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