Vacanze in casa: prima e dopo i figli

Vacanze in casa: prima e dopo i figli

Ne ho fatte tante di estati in casa al mare.

Case che non erano le mie. Case in affitto per il periodo estivo, mie per quella manciata di giorni di fuga e divertimento allo stato brado. Posti diversi, case diverse; esperienze nuove, coinquilini nuovi.

Avevo vent’anni e la mia capacità di adattamento era elevata. Non avevo ancora figli e riuscivo persino a cantare sotto docce di acqua gelata, di quelle che ogni tanto tocca farle per ultimi quando sul boiler si accende la spia rossa.
Altri tempi quelli.
Forse, dopo alcune serate sono andata a dormire truccata, scoprendolo solo il pomeriggio seguente in spiaggia, dopo il primo bagno in mare quando uscivo dall’acqua e tutti cantavano “I was made for lovin’ you babe” ed io non capivo.

Negli anni sono ahimè diventata più esigente, del tipo che mi si gonfia la vena sulla fronte quando gli armadi puzzano di chiuso e i proprietari li riempiono di quei sacchetti profumati alla lavanda, cedro, fiori d’arancio e pino silvestre (tutti insieme) che quando ti metti su i vestiti che sono stati lì dentro puzzi di Arbre Magique essenza cassetto del comò di nonna Abelarda.

Un tempo tolleravo anche i piatti usa e getta. D’altronde sembrava già una perdita di tempo lavare le posate, figuriamoci i piatti. Che ci fosse o meno la batteria di pentole al gran completo o il servizio buono di piatti non interessava a nessuno, bastava al massimo una pentola per la pasta in bianco. Le priorità erano altre, ad esempio uno dei requisiti fondamentali per la scelta di una casa vacanza era il barbecue. No barbecue, no party. Quelli da campeggio non venivano nemmeno presi in considerazione, snobbati manco fossimo il sopracciglio alzato di Briatore davanti a un barchino a remi con la vernice scrostata.
L’angolo della griglia era sicuramente uno dei più vissuti della casa, teatro di lunghe cene, chiacchierate a tarda ora in compagnia di risate fragorose e bicchieri di vino belli pieni.
Quest’anno sul barbecue ci appoggiavo la bicicletta, quella senza cavalletto.
Sembra passata una vita da quando colui che faceva la brace, iscritto all’albo dei geometri del falò, adepto della setta degli arrotolatori di palline di Gazzetta dello Sport e integralista della fascetta di legno, s’incazzava a morte con l’eretico piromane che spruzzava liquido accendifuoco alla cazzodicane su tutta la carbonella. Uno marinava la carne nell’olio, rosmarino e sale grosso, l’altro in alcol e diavolina. 

Atri tempi quelli. La tivù prendeva due canali ma tanto nessuno aveva voglia di guardarla. Mio figlio quest’anno mi ha chiesto di mettere in pausa l’unico canale sul quale davano qualche cartone – e che comunque guardava con espressione lievemente schifata -. Figlio di Sky e dell’on demand.

Ricordo l’ottimismo con il quale ho guardato a certi bagni.

Ad esempio quando sono entrata in quel bagno dalle piastrelle anni 70, nel quale per sederti sulla tazza dovevi prima aprire le ante della doccia e metterci dentro ginocchia e piedi, altrimenti non era fisicamente possibile. Quella capacità che avevo di vedere solo il bello delle cose non mi appartiene più, è stata sostituita, soprattutto da quando ho figli, da un realismo crudo che non fa sconti a niente e nessuno.
Adesso sbuffo ogni volta che entro in doccia e quella tenda di stoffa umidiccia mi sfiora i polpacci. Mi maledico quando mi siedo sul water e quella maledetta tavoletta slitta prepotentemente verso destra facendomi sussultare. Di notte bofonchio anche qualche imprecazione, mentre il brivido che accompagna la violenta perdita di assetto sale su per la schiena.

La verità è che quando cresci, e soprattutto quando hai dei figli, parecchi “Bella lì” diventano “Ma a me chi me lo fa fare!”.
I cuscini scomodi fanno venire quella cosa lì che una volta, da ragazza, quando andavi beatamente a letto con i capelli fradici non sapevi nemmeno cosa fosse: la cervicale.

Ecco, io per questa fine di agosto un fioretto voglio proprio farlo: basta con le vacanze in casa. Ché le ferie sono troppo brevi per passarle su due infami letti singoli travestiti da matrimoniale.



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