Una civetta innamorata di un comò

comò kartell

Mi è capitato con un paio di scarpe di Zanotti, con un paio di jeans, addirittura con un l’ultimo modello di Rayban – che mi hanno detto in cinquanta quanto mi stessero da schifo perché ho la faccia troppo magra ma io me ne sono infischiata – ma mai e dico mai con un comò. Non so spiegarvi cosa sia scattato ma è successo.

Mi sono innamorata di un comò

Non sono la figlia del dottore che si ammalò, forse somiglio di più ad una civetta dalle tendenze particolari dato che non riesco a togliermelo dalla testa. Chiariamo: non sono mai stata attratta fino a questo punto da un complemento d’arredo, figuriamoci un comò, un pezzettone di legno con le gambe. Roba da nonne con quei cassetti pesanti, scricchiolanti e con quella orrenda carta di varese all’interno che odorava di naftalina. Non mi piace l’antiquariato di quel genere forse perché odio l’odore del Pronto Legno Vivo e non avendo tempo nemmeno per spolverare quello non vivo, in truciolato misto segatura dell’Ikea, non voglio macchiare la mia fedina penale di casalinga già abbastanza frustrata.

Non fa per me il comò tradizionale, con quella figura pesante e incombente e quei piedini sottili che fanno quel giro di volute infami sul finale, perfette per essere la causa di fratture multiple alle dita dei miei piedi distratti. Il mio rapporto con i piedi è già abbastanza complicato (leggi qui). Non saprei nemmeno cosa mettere in quei cassetti enormi, ho già abbastanza contenitori in giro per casa pieni di niente e di tutto allo stesso tempo. Biancheria? No, appartengo alla generazione Z come zero ricamo e zero rammendo, classe della metà degli ottanta alla quale l’arte del merletto e della pasta fatta in casa non è stata tramandata. Comunque, anche volendo, nella mia camera da letto non ci starebbe un comò di quelle dimensioni dato che i costruttori non regalano un metro quadro in più manco lo pagassero (L)oro. Quattordici metri quadri come da regolamento! Addio comò.

Poi, rassegnata mentre guardo mio squallido Lack sbeccato sul quale poggiano nell’ordine: decoder, lettore dvd, custodie vuote di dvd introvabili e un ammasso di roba da stirare dalla sagoma informe, vedo lui.

E di colpo m’illumino

Quello è il mio comò. Ghost Buster non è un comò normale, è il suo fantasma. Una silhouette trasparente e priva di ogni eccesso, una figura ridotta all’osso e per questo estremamente seducente. Si può dire seducente di un mobile? Credo di aver sentito aggettivi peggiori durante un Salone del Mobile. Non ha nemmeno un paio di cassetti per schiacciarcisi le dita eppure riempie di gioia i miei occhi di bambina curiosa.

ghost_buster kartell_

Ecco che Philippe Starck ha trovato la chiave per fare breccia nel mio archicuore: l’ironia; perché senza quella non si può capire la bellezza di questo comò.

Ed ecco che la mia indole curiosa è presto accontentata, sono state tante le volte che ho guardato quei comò così pesanti e mi sono fermata ad immaginarne il contenuto pensando a chissà quali tesori custodissero: segreti, fotografie, lettere d’amore, senza mai poterlo scoprire. Ora Kartell fa delle mie fantasie una realtà a portata di sguardo, rendendo evanescente l’involucro e protagonista il contenuto.

Io sto per lanciarmi nell’acquisto certa che i miei poveri piedi non condivideranno la mia scelta; saranno loro più di tutti a farne le spese soprattutto durante le deambulazioni notturne verso il frigo ad occhi chiusi e passo incerto nelle notti d’estate.

Immagine in evidenza dal blog www.aleksi-r.com

2 comments

    1. Vero? Pur essendo una visione ironica riesce ad avere una funzionalità. Io ne sono innamorata, mio marito mi trova folle ma non sa che presto se la ritroverà in camera da letto. ;D

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