Tradimenti, maledizioni e bigodini voodoo

maledizioni_bigodini

Non sono una persona superstiziosa.
Sono nata di 17, rovescio il barattolo del sale almeno un paio di volte in un mese e no, dopo non mi tiro un paio di pizzichi dietro le spalle facendomi il segno della croce. Ho rotto così tanti specchi che, se credessi alle superstizioni, ad occhio e croce le prossime otto generazioni sarebbero coperte da una coltre di sfiga che manco la pianura padana con le polveri sottili.

Tuttavia un’eccezione esiste sempre, ed è così anche in questo caso. Non ci sono gatti neri che tengano, quando tradisci il tuo parrucchiere di fiducia sei destinata a patire le sue maledizioni.

Roba che nemmeno gli zingari al semaforo sono capaci di tanta crudeltà, neanche davanti all’attivazione dei tergicristalli a tradimento.

Succede così che un giorno vuoi cambiare, magari il tuo parrucchiere l’ultima volta non ti ha soddisfatto: ha sbagliato il taglio, il colore oppure non ti ha letto nella mente quella mattina in cui avevi il ciclo e ti sei presentata con la foto di Scarlett Johansson agli Emmy, pretendendo una decolorazione da castano a biondo platino.

Senti la tua amica, ti lamenti della frangia che ti ha tagliato, nonostante ti avesse avvisato che sarebbe stato meglio pensarci in autunno perché si sa: al mare frangia e capelli ricci non sono proprio un’abbinata vincente come calamari fritti e bianco ghiacciato.
Ma tu, come la tua frangia, sei poco gestibile e quindi prenoti nel salone di grido e con la tua amica vai dal Rolando, Rodolfo, Roberto in uno dei tanti Salon, Maison, Cheveux di turno.
Ti infili la vestaglietta di raso color cipria e ti accomodi sulle poltroncine in pelle bianca, in attesa del caffè che la diligentissima receptionist ti sta preparando. Ti guardi in giro: specchi splendenti, espositori senza un granello di povere, faretti di design e staff in divisa. Pensi a quel tugurio dove eri solita andare, dove tra le ultime tecniche per i colpi di sole si annoverava la cuffietta e l’uncinetto, che ti faceva sentire sempre molto Chucky la bambola assassina dai capelli di merda. Gusti il cioccolatino fondente brandizzato e ti senti immensamente grata.

Poco dopo ti fanno accomodare, ti sistemano la mantellina e arriva lui: l’hairstilyst. Non azzardarti a chiamarlo parrucchiere o coiffeur, lui è un hairstylist. Ti saluta e inizia ad analizzarti i capelli sezionandoli a ciocche con l’indice, il medio e parecchia aria schifata. Ti chiede cosa vuoi fare, con l’espressione di uno chiamato a compiere il miracolo, e mentre tu rispondi lui annuisce emettendo dei mmm, aha, occhei che tradotto significa più o meno:  “Tanto decido io”.

Seguono cotonature, ore di posa, lampada, shampoo, risciacquo, tonlizzante, risciacquo, maschera, risciacquo, vertebre compromesse, risciacquo. Poi finalmente con la nuca che tocca le scapole, e l’osteopata già allertato via mail, torni alla tua postazione.
Sotto il turbante ci sono tutte le tue aspettative: il biondo perfetto, non giallo, non dorato, freddo, la sfumatura naturale dell’intensità giusta.
Arriva l’assistente, ti toglie l’asciugamani ma niente, il biondo non è quello. Avevi detto che lo desideravi freddo e invece qui c’è del dorato.

Arriva lui: l’haistilyst. Ti chiede che taglio vorresti fare ma tu, demoralizzata, rispondi un: “Fai tu che tanto ormai”.
Lui prende il suo astuccio delle forbici, lo srotola sul carrellino, sceglie con cura quale delle 327 farti lo scalpo e parte.
Arrivano da tutto il negozio per assistere al momento, gli apprendisti col taccuino in mano, le più esperte lo sostengono manco stesse correndo la maratona di New York.
Alza e abbassa lo sgabello, si sposta il ciuffo, cambia forbice, ti strattona il cuoio capelluto, taglia a cazzo di cane ciocche capelli che prima arrotola in un torchon, poi bagna con lo spruzzino, pettina, spettina, cambia forbice. Si alza in piedi, si dedica al ciuffo, si siede di nuovo, regola, scala, sfoltisce. Con un colpo di phon poi ti spara tutti i capelli negli occhi, ti toglie la mantellina, scaraventandola sul povero stagista. Ringrazia con un inchino, manco fosse il Maestro Muti terminata la Nona di Beethoven, poi sparisce (probabilmente a Formentera).

La ragazza con un milione di becchi ti fa la piega, Ti piaci? chiede, ma tu vedi riflessi rame ovunque e un taglio che sembra quello che avevi prima. Annuisci, anche se la tua faccia racconta che per mezzo stipendio sto cazzo di biondo freddo te lo meritavi.

Saluti la receptionist lasciandole gli ultimi due euro del portamonete e tutte le tue speranze infrante poi prendi la porta.

Non molto tempo dopo succederà ciò che succede a tutte quando si tradisce il proprio parrucchiere di fiducia: ti pentirai.

Penserai che in fondo non era poi così male, accademico sì, senza tecniche d’avanguardia forse, ma senz’altro onesto. Certo il bagno in cortile, con la turca in condivisione con il bar del partito, non è proprio il massimo. Però, presa da una sensazione di vuoto e di abbandono, gli arredi anni ottanta e le pareti con lo stucco veneziano ai tuoi occhi sembrano meglio di tutti quegli atelier dove, forse, comprendono meglio i tuoi desideri, ma fanno comunque come cavolo gli pare.

Allora tenti un riavvicinamento, provi a telefonare.
“Ciao Tizia, sono Caia sai ho fatto un mezzo disastro ai capelli, vorrei prendere un appuntamento con Sempronia”
“Ciao Caia, Sempronia è occupata potresti richiamare?”
.

Sempronia in realtà è occupata a fare riti voodoo alle clienti che tradiscono il salone infilzando bigodini rosa. E così si sa, devi pagarla salata.

Richiami, non risponde nessuno. Riprovi il giorno dopo e Sempronia è in pausa, al lavatesta, al bar, in malattia e così via. Dopo una settimana di inseguimenti telefonici prendi la macchina e vai direttamente in negozio. Noti che l’atmosfera è cambiata già all’ingresso, se prima erano porte aperte e abbracci ora sono saluti a distanza e senza nemmeno spegnere il phon.
Hai la faccia colpevole ed è ciò che vuole Sempronia; devi pentirti e giurare sulla foto di Mayer col toupet su DiPiù che non lo farai mai più. Da questo momento il fil rouge sarà: aspettare. Aspetterai che la Signora Iole finirà la sua piega a barboncino bianco per parlare con Sempronia, aspetterai per prendere un appuntamento che Sempronia sciacqui il colore della Signora Ferri, aspetterai il tuo appuntamento perché le agende sono stranamente full anche se le pagine sono immacolate.

Sempronia: “Prima del 25 non posso”
Tu: “Ma oggi è il 2”
Sempronia: “Gioia guarda questo mese è un disastro”
Tu:“Ma sul 5 vedo un buco”
Sempronia: “Preferisci il 31?”

Il prezzo è questo: devi aspettare. Devi espiare lentamente le tue colpe per aver tradito e peggiori saranno i capelli che ti sono stati fatti, nel salone della concorrenza, più lungo sarà il tempo con cui la tua testa deve andarci in giro a fare brutta figura.
Nessuna pietà, nessun battesimo, matrimonio, uscita con l’ex che tenga. Devi aspettare, patire e aspettare.

Il parrucchiere non perdona. Mai.

E quando finalmente arriverà la fatidica data, avrai la ricrescita, ricorda che niente sarà più come prima, tranne il tuo biondo, quello sarà sempre tendente al rosso.

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