Timidezza sfrontata

Quando lo dico le persone generalmente scoppiano a ridere

“Chi tu? Timida? Ma smettila! Hai la faccia come il c**o tu!”

Sono sfacciatamente timida

Vivo ansie da presentazione degne dei peggiori introversi.
Eppure dopo aver rotto il ghiaccio tutto cambia, come se in quello stesso momento ci fosse una qualche accettazione tacita che mi permette di essere le mie 348 me.
Ma prima…rossori, sudate, voce tremante, nodi allo stomaco, cuore in gola. Poi…cazzate, risate, racconti, caffè.

Sono sempre stata così

Anzi forse da piccolina ero anche peggio. Una volta sono stata invitata a casa della mia migliore amica a giocare, avevo più o meno 8 anni. Dopo il pomeriggio trascorso tra barbie e tegolini, liti furibonde e promesse di eterna sorellanza, come al solito non ci si vuole separare. Così, dopo la telefonata di sua madre a mia madre, mi fermo per cena. Sua mamma aveva preparato la pasta con il ragù, la faceva davvero buona e appena pronto in tavola via alla scorpacciata.
Eravamo tutti seduti: la sua mamma, sua sorella D, la mia amica F, suo papà ed io.
Anzi no, io no.

Non ero seduta. Al mio posto mancava la sedia

Abbiamo iniziato a mangiare tutti, me compresa. La pasta era buona e nessuno si era accorto che sotto alle mie chiappe non c’era nessuna sedia. Ho finto di essere comodamente appollaiata sulla 4 gambe di legno con una nonchalance degna di Hollywood.
D’altronde tutti erano impegnati a gustare la cena o a chiacchierare della scuola, non me la sono proprio sentita di interrompere la conversazione.

Non ho voluto disturbare

E non era la prima volta che mi fermavo a cena a casa di F, tutti erano carini e gentili con me. Non so davvero perché ne come abbia fatto ma sono stata tutta le cena seduta su me stessa.
Una posizione improponibile con tanto di allucinazione da crampo al quadricipite femorale. Roba che se riuscissi a farlo adesso sarei campionessa mondiale di squat.

La timidezza. Un limite sotto tanti aspetti.
A scuola quante volte avrei voluto alzare la mano per dire la soluzione ma ho sempre preferito non farlo, cioè era proprio il braccio che non si alzava. Chiamiamola insicurezza o paura di sbagliare ma di fatto, quando la professoressa scorreva il dito sul registro per interrogare, io mi chinavo fino alle scapole nello zaino.
Eppure in classe ero benvoluta da tutti, divertivo e mi divertivo, ma essendo una bipolare mi scattava la vergogna.

Certo, se oggi mi mancasse la sedia lo farei notare, sempre con educazione s’intende. Non starei più con l’angolo retto fra tibia e femore attendendo la cancrena poplitea, anche perché ora come ora non ce la farei, ho il sedere troppo pesante.

Oggi se ho qualcosa da dire lo dico, che sia una cosa condivisa o semplicemente frutto di un mio punto di vista. Non ho più “paura” di far sentire la mia voce a chi non la conosce o a chi la trova stonata. Non sto più negli angoli in fondo alla classe anche se al ristorante continuo a preferire dare le spalle al muro piuttosto che alla sala.

Sono sempre quella bambina (cresciuta) che ripete dieci volte grazie al salumiere ogni etto di prosciutto ma adesso reggo gli sguardi, tutti.
Non ho più il body rosa della scuola di danza ma arrossisco sempre quando tocca a me nelle presentazioni.
Sono sempre quella bambina timida che rotto il ghiaccio ha allagato i bagni dell’asilo (una di quelle tre volte che ci sono andata).
Quella che, anni dopo, per una sbronza a base di chupiti di rhum ha vomitato un oliva intera dal naso davanti a sua madre.
Sono sempre io, capace di enormi contraddizioni, ma sempre col “per favore” e “grazie“.

Grazie



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