Tesoro metto io la macchina in box

silenzio

Quando sono diventata mamma ho detto addio a tante cose: al pacchetto di Marlboro Light, ai cocktail, al vino e a qualsiasi altro alcolico. Sì, non sono stata più capace di bere. Sono diventata più coscienziosa, rischio meno (anche se rifarei un bel giro in moto in pista e un lancio con il paracadute domani mattina).

Non mi è mai pesato nessuno di questi addii, fa parte della vita e con lei sono cambiata un po’ anch’io. E sì certo, per i figli questo ed altro e blablabla, ma se devo essere sincera una cosa che mi è pesato perdere c’è:

Il silenzio.

Il silenzio: circostanza sottovalutata prima di avere dei figli, e non importa se uno, due, quattro o dodici: quando li metti al mondo il silenzio non è silenzio nemmeno la notte. C’è sempre qualcuno che viene nel tuo letto a chiederti dell’acqua o a russare, nella peggiore delle ipotesi a scorreggiare.
Un tempo odiavo il silenzio, non sopportavo l’idea di ascoltare i miei pensieri, di farmi domande per le quali conoscevo già le risposte benché le ignorassi. Alzavo il volume della radio, parlavo al telefono, mi addormentavo con la televisione accesa, il silenzio mi annoiava terribilmente. Non stavo mai sola, credo non mi piacesse la mia compagnia.
Oggi potrei sopportarla quella compagnia, potrei accettare persino il peggiore dei miei difetti pur di godere, in cambio, di qualche minuto extra di silenzio.

Peccato sia troppo tardi. Ho un quasi cinquenne che parla come una mitraglietta, tutto il giorno, di continuo e un piccolo urlatore che potrebbe dialogare con i delfini per i suoi acuti agli ultrasuoni.

Lo so che non è bello da dire ma a volte quel silenzio un po’ mi manca.

Ed è proprio tornando da un giro in centro che mio marito mi lascia senza le chiavi di casa, io e i bambini dobbiamo aspettarlo in auto, arriverà fra un quarto d’ora. Intanto i due si addormentano sui sedili posteriori, abbandonati sui loro seggiolini. Bocca aperta il primo, ciuccio fra i dentini il secondo. Prendo la rampa che porta ai box, scendo dalla macchina, apro la basculante, rientro in auto, parcheggio, spengo il motore ed eccolo lì: il silenzio.

Fra quei blocchetti di cemento ho trovato il mio nirvana, la mia personalissima isola di pace; mi si è sturato il settimo chakra in un attimo. Mi sono girata e li ho visti dormire così bene che mi sono chiesta perché svegliarli. Non si svegliano i bambini, me l’hanno sempre detto, vuoi mica che inizi ora, adesso che finalmente sono crollati dopo un pomeriggio di mamma questo, mamma quello, mamma io non voglio, mamma brutta.
Perché dovrei infilargli il giubbotto, ora che son molli come mozzarelle e le dita non escono dai polsini delle maniche nemmeno se le leghi insieme. Ne esce uno, ne restano dentro quattro, ne escono due, tre s’incastrano; mignoli e pollici sono i peggiori. Portarli su per le scale, in braccio, a peso morto, arrivare davanti la porta e far cadere a terra le chiavi, il ciuccio, la sciarpa.
Come al solito.
Chi me lo fa fare? Io me ne sto qui, mi godo questo silenzio e cerco di sopravvivere. Faccio pace con una domenica di strilli e di corse, di capricci e di pianti. Ché soltanto chi è genitore sa che che i figli talvolta sanno ubriacare più di quattro bicchieri di vodka liscia a stomaco vuoto. Ci si trascina verso sera davvero esausti certe volte, sui gomiti come i militari, cercando invano di mimetizzarsi sul parquet per approfittare di quel cartone animato che per tre minuti riesce a tenerlo incollato allo schermo. Ma niente, è subito: “Mamma cosa stai facendo per terra?”.
In box riesco anche a pensare, lucidamente, senza essere interrotta ogni due secondi da una cacca, un bicchiere d’acqua o da un bernoccolo. Forse mi segno anche quelle due cose sull’agenda che continuano restare nella penna, prima che me ne dimentichi davvero.
Se mi concentro ho anche un paio di buone idee, contemporaneamente.

Non scendo, non ancora.

Resto in questo limbo, sospesa, a riprendere fiato. Fra un pomeriggio caotico appena concluso e una sera che -ahimè- deve ancora cominciare. Prepara la cena, spogliali e metti in doccia uno e fai il bagnetto all’altro, e i capelli no, e lo shampoo no lacrime negli occhi, e le mutande sono strette. Apparecchia, si brucia il sugo, mangia, dai mangia, su mangia, sparecchia, poi finalmente il tuo turno. Anche se fare la doccia non è certo rilassante: tre minuti netti, compresa eventuale sosta sulla tazza, non possono definirsi “un momento per sé”. 

No! il mio “momento per me” è qui dentro: nel box.

Potrei decidere di arredarlo questo posto, di dare del colore sui muri, mettere due quadri, una Billy con qualche libro magari. Potrei tappezzare questa porta tagliafuoco con una grafica carina, scegliere un paio di applique al posto di questi fluorescenti. Potrei farlo rosa e appenderci un poster dei Depeche Mode, dato che la mia canzone preferita è da sempre “Enjoy the Silence”.

Ve lo dico io mamme: i box sono sottovalutati.
Pensateci.

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