Speranza – sostantivo femminile (senza dubbio)

speranza
/spe·ràn·za/
sostantivo femminile

Ho deciso di chiamarla Speranza questa mamma.
Quando ho letto la sua lettera sono stata scaraventata indietro nel tempo, più precisamente nel dicembre 2014, quando il mio bambino di nove mesi non è stato bene.

Nelle sue righe ho compreso tutta la paura che ha provato quando si è sentita dire che il suo piccolo aveva un problema. Il senso di impotenza, di colpa, di inadeguatezza. Quella paura che conosce solo chi percorre i corridoi degli ospedali come fossero casa loro. Ad occhi chiusi, di notte, perché le domande non danno tregua, le diagnosi richiedono tempo e perché fa male da morire vedere tuo figlio stare male.

Fa male non poter prendere quel male e metterlo nel proprio corpo, forte, invincibile come solo quello di una madre è capace di essere.

È inconcepibile che il destino si mostri nella sua veste peggiore con chi ancora non si è nemmeno guadagnato una punizione per non aver riposto i giochi, figuriamoci se merita un castigo così grande.
Ma non è mai una questione di merito, di karma, anche se noi genitori spesso ci chiediamo perché, perché proprio a lui, al nostro bambino. La verità è che non c’è un motivo. Il male non guarda in faccia nessuno, nemmeno i bambini, ché se li guardasse, forse, pure lui farebbe un passo indietro.
Nonostante lo scoramento e il timore di affrontare un’esperienza così dura e ingiusta c’è qualcosa: un filo, fatto di impalpabile fiducia, che tiene insieme i mille pezzi di tutti quei genitori che affrontano la malattia dei propri figli: la speranza.
Forse perché quando ci si trova così disperati, spogliati di ogni futile desiderio, privati di botto della confortante quotidianità, si capisce quanto fragile sia in fondo la nostra esistenza.
Da quella crepa però entra tanta luce, che tiene in piedi, che sottolinea le cose importanti e cancella il superfluo. Che segna in modo indelebile le persone ma che in modo altrettanto indelebile le unisce, dapprima le svuota e poi le riempie.

Ecco cosa scrive Speranza

Ciao!

Ho visto le tue stories e ho deciso di scriverti la mia esperienza, quella che mi ha toccato di più, nel profondo e probabilmente mi ha cambiata per sempre.

Parto dall’inizio.

Io 17 anni lui sei in più. Ci conoscevamo da sempre visto che abitiamo in un piccolo paesino, una sera ci si incontra al bar e scatta qualcosa, tutti contro a questa storia, tutti a dirmi che non durerà, Io me ne sbatto e ci metto l’anima e il cuore.

Dopo circa 3 anni andiamo a convivere e decidiamo di avere un bimbo. Dopo un po’ di tentativi quel test positivo, mi tremano le gambe, le prime ecografie, le prime visite ed esami del sangue; poi, dopo la morfologica, ad un’ecografia di controlla la mia ginecologa mi disse: “controllo questa misura perché è sballata” da lì il nostro momento difficile: bacinetto renale dilatato che si risolve con operazione di pieloplastica dopo la nascita.

Panico, buio. Ogni 15 giorni un controllo e questa misura cresceva (non è un bene) eco di secondo livello in struttura più grande durante la quale ci rincuorano un po’.

Arriva il momento del travaglio, dopo 12 ore stringo il mio splendido bambino. Lacrime di gioia, di amore per avere quello scricciolo con me, con noi.

Tutti valori perfetti, nessuno più parla di quel bacinetto ed io quasi me ne dimentico.

Fissano un controllo dopo circa 15 giorni, un’ecografia con dottore (stronzo) con molto poco tatto il quale esorta dicendo: “non si può perdere tempo è a rischio il rene”.

Panico, paura.

Allora avanti e indietro a circa 40 minuti di macchina 2 volte a settimana per tenere sotto controllo la situazione, poi un esame invasivo per vedere quanto funziona il rene.

Diagnosi: prima di natale si opera! Alt! Noi vogliamo altri pareri. Andiamo fino a 100 km di distanza da casa e la diagnosi resta quella. Cosi prepariamo il tutto per fare l’operazione in una struttura a Milano.

Passa velocissimo il tempo e arriva il giorno, M. aveva 3 mesi. Lo preparano per entrare in sala. Lo consegno nelle mani dell’infermiera e da lì passano le 3 ore e mezza più lunghe della mia vita.

In quelle tre ore abbiamo vissuto paura, ansia, angoscia, speranza finché arriva l’infermiera e ci dice che è andata bene. Il nostro pianto di gioia, di sfogo, di liberazione.

Andiamo in terapia intensiva mi sento morire: intubato, pieno di flebo, non mi sembrava possibile vederlo così.

Il giorno dopo me lo portano in camera con drenaggio, flebo e antidolorifici.

Passano i giorni sembra stare meglio finché decidono di togliere gli antidolorifici, un disastro pianti che tolgono il respiro, paura, noi lontani da casa un’ora, io giovane e sola con il mio piccolo, non sapevo più che fare. Poi arriva il coraggio, la responsabilità di prendermi cura di quel figlio tanto voluto, litigo con le infermiere per dargli quel maledetto antidolorifico e mettermelo in braccio, lui si calma solo standomi in braccio. Arrivano le dimissioni, torniamo a casa, noi 3. Io tanta stanchezza, tantissima.

Il mio compagno ancora di più perché lavorava di notte (fa il panettiere) e appena poteva veniva da noi per supportarmi e per non farmi crollare.

Dopo 2 mesi siano tornati per controllo: tutto bene.

Respiro di sollievo, esperienza conclusa.

Ogni anno ci aspetta un’ecografia di controllo e una visita.

Quest’esperienza ci ha insegnato ad essere una famiglia, ad aggrapparci a noi stessi e all’altro.

Un’esperienza che ci ha insegnato che anche se non è facile e sono cose nuove si può affrontare tutto. Con rispetto, amore e fiducia nei confronti della persona insieme alla quale abbiamo scelto di vivere il futuro.

Un’esperienza che mi ha fatto crescere, nonostante l’età, che mi ha fatto capire cos’è davvero importante nella vita.

Un’esperienza che mi ha dato tanto, tantissimo chiedendomi sì in cambio sacrificio, paura, lacrime, ma che mi ha fatto scoprire la mia forza da donna, da mamma, da compagna di vita.

Un’esperienza che è stata un viaggio dentro di me e che mi ha fatto capire che l’importante è mai mollare!

Mai mollare! Aggiungo una frase scontata ma che è bene ripetere e ripetersi sempre: siamo fortunati ad avere ogni giorno il nostro piccolo lieto fine.
Perché mentre noi dormiamo nei nostri letti, accanto ai nostri bambini, qualche genitore cammina per quei corridoi, con gli occhi chiusi e le lacrime in gola domandandosi perché.
A loro deve essere dedicato il nostro più grande abbraccio.

 

Se vuoi raccontare la tua storia speciale a #LeStorieSulMuro leggi questo post e troverai tutte le info per partecipare.

2 comments

Cosa ne pensi?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: