Sigarette di una ex fumatrice

Sigarette di una ex fumatrice

Il mese prossimo saranno cinque anni. Il mio primo quinquennio da non fumatrice.

Chi fuma lo sa che è un vizio stupido, ma si fa forte del fatto che può smettere quando vuole. Il fatto è che non vuole smettere nessuno.

Un vizio, quello del dare una boccata alla sigaretta, che diventa parte della gestualità di una persona. Come fosse un intercalare del linguaggio del corpo. C’è chi ogni quattro parole mette un cioè e chi si accende una Marlboro.

Io abusavo di cioè – da buona milanese – e di tabacco.

Un rituale che diventa spaventosamente nostro e che disegna delle routine identiche per tutti i fumatori.

Chi non ha mai fumato non può comprendere a pieno questi fenomeni; nessun non fumatore può immaginare fino a che punto ci si possa spingere per fumare una sigaretta quando non si desidera altro.

Prendiamo ad esempio gli spostamenti. Avete mai fatto un viaggio oltreoceano con dei fumatori? Ecco, io ne ho fatti alcuni e vi posso garantire che li riconosci subito. Sono quelli che muovono la gambetta tutto il viaggio. No, volare a loro piace: lo schermo, le cuffie, i film a ripetizione, la musica jazz in cuffia che santiddio ma perché il jazz? Quando il comandante annuncia l’imminente atterraggio scatta la scimmia. Le vedi subito le differenze: i non fumatori si stiracchiano, si muovono lenti e lucidano occhiali mentre i fumatori imprecano già in fila per scendere.

L’aereo è fermo, raccattano tutte le cose che hanno sparpagliato sul tavolino, imboscano le cartacce di m&m’s del duty free nella tasca delle istruzioni per l’ammaraggio e provano ad infilarsi le scarpe – che ovviamente non entrano più. Sono passati sette minuti dall’atterraggio e già borbottano fra loro perchècazzo non vengano a sistemare ‘sta scaletta. Minuti di trepidante attesa mentre fanno capire chiaro-chiaro al vicino di che pasta sono fatti. In corridoio passano prima loro e fanculo alla roba nella cappelliera, marlborino in bocca e giù di marsupiate. L’aria esotica non calma i fumatori in astinenza, anzi. Messo il piede fuori dal velivolo provano ad accendersi una sigaretta che, ovviamente, non si accende. C’è vento, bisogna camminare svelti per il pulmino e il bic pare non voglia collaborare. Uno si fa accendere da una vecchia incartapecorita e tabagista come lui, quella che durante la notte ha tentato di fumare nel bagno dell’aereo facendo scattare l’allarme. Lei sì che lo capisce. Tre boccate, tre di numero, prima che le guardie pronuncino quella frase perentoria e discriminante: “No smoking please!” .

I fumatori sono sempre stati discriminati e adesso da non fumatrice capisco bene il perché.

Nei locali quando trovano un cartello con scritto area fumatori parte la ola da stadio. In discoteca d’inverno sono costretti a fumare fuori, dove per fuori s’intende un’area sul retro del locale di due metri per due. Transennata, affollata e piena di mozziconi di sigarette gettati a terra. Roba che il plateau dev’essere nato lì, grazie ad una camminata sulle cicche. Boccate al freddo, senza giacca perché lasciata al guardaroba, tutti a litigarsi qualche ventata di aria calda proveniente dall’unica stufa a fungo. Se alzano un po’ il gomito il gelo milanese li fa riprendere subito, se sono sobri non reggono perché dopo il quarto minuto scatta l’ipotermia padana di default.

A quindici anni, tenaci come salmoni norvegesi, cercano di fumare mentre scorrazzano in motorino. Controvento e a 50 km/h. Tengono la sigaretta in bocca, per non perderla, e al semaforo rosso giù il piede e mano alla bocca per strappare un tiro. E invece no. Lei resta incollata alle labbra, ed ogni volta dimenticano che c’è quel rischio lì. Ogni semaforo un pezzo di labbro in meno.

Ma il fumatore non si ferma davanti a niente, tanto meno davanti a due gocce d’acqua.

A diciott’anni in macchina fumano anche con la pioggia a dirotto, quel vetro giù di tre dita capace di inzuppare tutta la portiera e la metà sinistra del corpo. E quando provano a buttare la cenere fuori, la goccia infame gli spegne la sigaretta ancora a metà. Poi la pioggia passa e la cenere la ritrovi tutta lì, asciutta e tatuata come un trasferello sulla fiancata.

All’università si accendono la sigaretta al contrario per troppo stress da esami. La fumano con le amiche quando lui è uno stronzo e con lui quando non lo è più.

A volte se ne stanno con la sigaretta in bocca senza accendino, cercandolo in tutte le tasche, ché sono nel quartiere dei salutisti e nessuno fuma, adesso va di moda l’avocado. Li vedi alla fermata del tram che appena riescono ad accenderla stai sicuro che arriva. Fumano quella che li fa sentire parte del gruppo e quella da soli che invece gli fa riprendere fiato. Quella che erano convinti di averne ancora una e invece no e quella scroccata alla nonna che perdiana meglio le sigarette al mentolo delle MS.

Io ero una di loro. Lo sono stata per tanti anni. Scalpitavo per scendere dagli aerei e ho bruciato tutti sedili della mia prima auto.

Ho fumato la sigaretta che doveva essere l’ultima ma poi non lo è stata. Ho fumato quella che è stata l’ultima, prima del test più importante della mia vita: un positivo che mi ha negato l’ultima sigaretta. Quello che mi ha dato la forza di smettere e di diventare una rompipalle non fumatrice; di quelle che quando passa accanto ad un gruppetto di fumatori storce un po’ il naso.

Smettete di fumare! Fatelo per la salute vostra e per quella di chi amate e se questo non è abbastanza fatelo per avere più budget per lo shopping o per i viaggi. Per non puzzare, per non invecchiare precocemente. Per non avere i denti gialli e per non avere la fiatella al mattino. Per liberarvi, per non ammalarvi.

Fatelo e basta, anche solo per non incartapecorirvi come la vecchia dell’aereo.

Ché sono di moda avocado e fenicotteri non sigarette.



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