Sbronze di una volta

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Quando si inizia un discorso con la frase ai miei tempi ahimè significa che i tempi in questione iniziano ad essere ben lontani.

Mentre la moda fa un doppio carpiato e riporta ai miei piedi i Dr. Martens a dimostrazione che tutto torna, e che sono al secondo ed ultimo giro che mi è concesso prima di tuffarmi nel ridicolo, sento che le cose sono cambiate.

Non ci sono più le sbronze di una volta.

Ai miei tempi – e qui tocca dirlo purtroppo – i bagordi erano diversi da come sono oggi. Sì, lo erano anche i luoghi e i modi ma soprattutto i mezzi. Mi spiego meglio: facendo un salto nel mio passato di adolescente, tra analogico e digitale, mi sono resa conto di come sia difficile oggi sbronzarsi – responsabilmente s’intende – in santa pace.

Una decina Un bel po’ di anni fa era tutto più semplice, più spontaneo e genuino. Ci si sentiva trasgressivi dividendo una sigaretta in otto. C’era la voglia di divertirsi quel tanto che bastava a stare bene con gli amici e il desiderio di provare quell’ebbrezza data dalla sensazione della testa un po’ leggera. Si beveva qualcosa senza esagerare, per fare gli adulti sperando di non dare di stomaco proprio davanti a quel tipo che ci piaceva così tanto.

Le sbronze ai miei tempi erano:

A tutela della privacy

Parlando in termini di reputazione ovviamente. Erano gli anni a cavallo del 2000, avevamo tutti un telefono cellulare di quelli con lo schermo a cristalli liquidi. Un Nokia 3310, un Motorola, poco importava. Ciò che era praticamente certo è che tutti eravamo senza credito. Se avevamo fatto bene i conti ci restavano quei due centesimi di euro – ancora tradotti in lire nel messaggio registrato – che ci permettevano di fare uno squillo a qualcuno. Uno squillo per dire: ‘Ti penso’, ‘Sono arrivato’, ‘Mi manchi’, ‘Ti aspetto qui dove ci eravamo detti’ e via dicendo.

Non c’erano gli smartphone né tanto meno le chat. Forse lo sviluppatore di WhatsApp stava nascendo in una di quelle serate. In due parole il rischio di perdita a lungo termine della reputazione era ridotta ai minimi termini. L’eventuale figura demmerda era riservata ai presenti e tutt’al più poteva essere raccontata a terzi il giorno dopo ma mai fotografata, postata o condivisa. Non c’erano tag infami mentre vomitavi il sex on the beach, le amiche si vedevano nel momento del bisogno e ti tenevano su i capelli. La cosa più importante però è un’altra: non c’era il rischio di inviare messaggi all’ex quando partiva la lacrima facile da sbronza inoltrata.

Ore 01.32 “Ciao sono io, ti penso”

Ore 01.34 “Dopo tutto quello che abbiamo passato insieme nemmeno una risposta”

Ore 01.36 “Pezzo di merda”

Ore 01.37 “Scusa non volevo essere invadente”

Ore 02.03 “È che ti amo”

Ore 02.10 “Ma tu evidentemente sei con quella troia”

Ore 02.14 “Fanculo”

Ore 02.33 “Ignorami pure ma io ti amerò per sempre”

Questo a noi non succedeva. Nessun controllo dell’ultimo accesso, nessun visualizzato senza risposta; se il tuo ex ti mancava nella peggiore delle ipotesi cercavi di addormentarti pensando a lui, sempre che la cameretta non si mettesse a girare un po’ troppo.

Meno dispendiose

Quando ero adolescente non c’era nessuna gara a chi ce l’aveva più grossa – la bottiglia – c’era il cuba col rum da 0,15 al litro, annacquato e nel bicchiere di plastica che a stento riuscivi a tenere in mano tanto era molle. Nessuno champagne d’annata o etichetta importante. Ai miei tempi, un po’ rustici forse, si beveva roba normale. Si brindava e non si sbocciava. Belvedere era il nome della pensione al mare e l’unica vodka che potevamo permetterci era la Keglevich al melone. A volte neanche quella. Ma ci divertivamo come matti senza fare duecento foto a turno col bottiglione in mano per poi aggiungerci il filtro e postarla sui social e infine berla calda; noi la vodka la si beveva ghiacciata.

Le nostre serate erano fatte di scherzi, di balletti buffi, di giri in motorino per riprendersi, sperando di tornare a casa e non dover alitare in faccia a nostra madre per dimostrarle di essere sobri. Per noi l’hashtag era il banale cancelletto sulla tastiera del telefono, di lui sapevamo solo che stava dopo l’asterisco e lo zero e che serviva poco più che a niente. Adesso le cose sono cambiate: #bellavita, #sisboccia, #staseranonbevo, #mammaperdonamividaloca, #solopernumeriuno, #senzaprivè, sono solo alcune delle minchiate scritte accanto al nostro cancelletto che, per inciso, rimpiange i tempi in cui si occupava soltanto di eliminare i messaggi di mamma nella segreteria telefonica.

Nessuna lista, nessuna ostentazione se non quella di tanti bei sorrisi a 32 denti.

Meno d’élite

Se si andava in qualche locale si sperava di superare la selezione all’ingresso come un ripetente spera nella promozione. I ragazzi – riuscendo ad entrare solo se accompagnati – scaraventavano le ragazze della compagnia davanti, facendo finta di essere in coppia, e quando ne mancava qualcuna si tenevano dei veri e propri casting fuori dalla discoteca. Nessuna lista, nessun privè, a noi piaceva la folla. Le corde rosse che delimitavano la zona servivano ad appenderci la borsa quando partiva la nostra canzone preferita, sperando di riuscire a ballarla tutta prima che il buttafuori ce la spedisse direttamente a centro pista.

Nessun effetto speciale di quelli che segnano l’arrivo del beveraggio al tavolo a suon di fuochi d’artificio, noi facevamo la fila alla cassa e dopo quella ci aspettava la fila al bancone. Poi toccava tornare indietro, attraversando tutta la pista, portando nell’altra mano un cocktail all’amica. Quella che ti aveva fatto i boccoli prima di uscire con tanta pazienza, mentre lei era intenta a limonare con quel tipo carino. Non c’erano ristoranti stellati, solo ottime pizzerie con vino sfuso della casa e limoncello al sapore di Svelto piatti concentrato offerto dopo il caffè.

Ai miei tempi, che poi non sono così lontani, si era più liberi. Di essere ciò che si era, con i propri limiti. Non si doveva per forza dimostrare di essere i migliori, perché anche fra i peggiori ogni tanto si stava bene.

Era più semplice ecco.

4 comments

  1. Ogni volta che ti leggo è come guardarsi allo specchio! È incredibile! Eccezion fatta per i capelli biondi e il Rosa.. va beh, nessuno (di voi) è perfetto!

  2. bellissima esposizione di ricordi neanche tanto lontano, credo di avere qualche annetto più di te, quando ero adolescente erano appena nate le discoteche, si beveva coca cola e acqua brillante, aprivano anche la domenica pomeriggio. Bisognava andarci presto, intorno alle 22, perché all’una chiudevano. Non vi erano cellulari e internet era distante anni luce, ci si scambiava il telefono di casa e, alla bisogna, ci si accodava alle cabine telefoniche dopo essersi procurati i gettoni. Non si condivideva niente se non tra amici della cricca ma si socializzava alla grande.

    1. Era tutto diverso, per certi versi più semplice e spontaneo. Si pensava meno all’apparire e tantissimo all’essere, o all’esserci. E a sbocciare erano solo i vecchietti della bocciofila 😀

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