Ricordi di burro

colazioni_amore

È vero quando diciamo che le cose più belle della vita sono quelle che smuovono le emozioni.

Non esiste vestito, borsa o gioiello in grado di provocare quella sensazione di felicità che viene dalla pancia. Nessun accessorio è in grado di riempire il cuore di quel calore felice che è un’emozione.

Sì certo, forse scoprirsi dimagrite in piedi sulla bilancia all’alba del 26 dicembre può arrivarci vicino, molto vicino. Ma ciò che intendo è che poche cose riescono a renderci felici come bambine con quel semplice stupore genuino tipico di chi è sotto il metro di altezza.

Ciò che mi rende felice è un appuntamento che ricorre ogni giorno, immancabile e fondamentale: la colazione

Per me il momento più bello della giornata, quello che contiene ancora il silenzio della notte e che rende fattibile e concreto ogni obiettivo del giorno. Anche il più surreale o il più ambizioso. E non importa poi molto se già dopo un paio d’ore questi sogni, ancora tiepidi come il cuscino, si rivelano impossibili, ciò che conta è che io li abbia spalmati di crema alla fiducia. E poi chissà, magari domani sopravvivranno fino a mezzogiorno.

In qualsiasi letto io mi svegli, che sia il mio o chissà quale in giro per il mondo, ciò che più mi piace pensare è che c’è una colazione che mi attende

Quando penso ai viaggi che ho fatto, il momento della colazione, è un ricordo dal profumo nitido e dal sapore così dolce da ripresentarsi sulla punta della lingua. Ho sopportato cuscini bassi, letti scomodi e l’assenza della tv satellitare.  Non ho nemmeno mai molto badato all’aria condizionata o al wi-fi.

Ciò che ho sempre usato come metro di giudizio di un buon albergo sono state le sue colazioni

A Parigi le lenzuola erano morbide e calde e il materasso mi teneva aggrappata al letto chiedendomi di tardare ancora un po’, ma io vedevo la luce fuori e avevo troppa voglia di pain au chocolat per assecondarlo. Così mi infilavo fra i sogni di Stefano e gli imploravo di svegliarsi, tra le sue braccia stavo bene ma nelle orecchie avevo solo quel suono. Quello delle mani che sbocconcellano un croissant e quello mi bastava per infilarmi su qualcosa, scendere di sotto e seguire per le vie del quartiere quella scia calda al profumo di pane appena sfornato. Prima di ogni cosa c’era un cappuccino caldo, di quelli che non assomigliano neanche lontanamente a quelli di casa tutti schiuma morbida e caffellatte caldo. A Parigi potevo fare anche due colazioni in una sola mattina, la sveglia suonava presto e la fame vorace di conoscere ogni angolo di quella città ci portava già in giro di buon mattino a cercare scorci improvvisi della sua Tour Eiffel.

A Londra il cielo era decisamente meno limpido e le nuvole non avevano le stesse sfumature di rosa. Il mattino era grigio come il fumo di una tazza di tè nero bollente. La colazione in albergo era più svelta. Saltavo il buffet del salato a piè pari e anche leggermente infastidita da quel sapore pesante di uova e bacon, mi sono sempre chiesta come si possano chiamare buongiorno due fette di prosciutto formaggio così freddi e solidi. Mi piace ricordare quel pane integrale da tostare, grandi fette alle quali facevo fare due giri nel grill perché doveva raggiungere il punto di croccantezza giusto, altrimenti la marmellata si sarebbe arrabbiata. Marmellata di fragole, niente albicocca, arancia, prugna e niente burro. Per me esiste solo la marmellata di fragole, mi piace spalmarla fino ai bordi, livellandola del giusto spessore. Mai troppa, mai poca. Scartando con la punta del coltello i pezzetti perché non so cosa mi abbiano fatto per farsi tanto odiare ma così è, non li sopporto sotto ai denti.

In Jamaica la colazione aveva tutto un altro sapore: la sveglia non suonava e l’iPod cantava la playlist di Marley. Io e Stefano arrivavamo al buffet sempre di corsa, pochi minuti prima che la colazione rischiasse di diventare pranzo. Il caffè era quello delle Blue Mountains e profumava di esotico, di calmo, non aveva l’odore della fretta del caffè milanese. No, era lungo e in tazza grande ed io avevo i piedi sulla sabbia ancora fresca mentre lo assaporavo e un bello strato di crema protezione 50 che odorava di cocco. Lo yogurt era ogni giorno diverso, una mattina c’erano solo pezzi di frutta fresca, un’altra muesli e cereali e qualche tocchetto di cioccolato fondente. Per finire in bellezza trovavo sempre qualche brioches mignon, di quelle che ristabiliscono la giusta quantità di burro necessaria al mio organismo per iniziare a ragionare.

In montagna, quando andiamo a sciare, la colazione ha quel profumo magico di legna bagnata dalla neve che riempie le narici. Ha il suono delle cosce che si sfregano con la tuta da sci. Quel rumore di gore-tex che sveglia tutti gli ospiti dai corridoi degli alberghi di montagna. Un paio di caffè, il primo per svegliarsi e il secondo per scaldarsi. Pane e marmellata, una spremuta doppia di arance e un pezzo di torta fatta in casa. Ieri una crostata, oggi una torta di noci. Infilata la giacca resta solo da nascondere nella tasca piccola vicino al cuore una tavoletta di cioccolato, di quelle da mangiarne qualche cubetto sulle piste.

Le colazioni romantiche, che hanno come sfondo l’Italia intera, le abbiamo godute a letto. Ci siamo addormentati sapendo che al mattino seguente avremmo trovato un vassoio di leccornie a darci il buongiorno. Quelle sono state colazioni con gli occhi ancora stropicciati, il calore del sogno e con il pigiama addosso. A volte senza. Colazioni tra le lenzuola insieme a qualche briciola e a tante carezze. Senz’altro le più belle, quelle che il caffè si raffreddava sempre perché i baci erano troppo lunghi. Di queste ricordo più che altro la bellezza del rimettersi sotto le coperte subito dopo, ancora un po’ vicini…e più tardi pronti ad una nuova colazione.

3 comments

  1. un post impeccabile! mentre leggevo mi sembrava di sentire il sapore del burro dei croissant e le briciole delle fette di pane tra le dita e il calore della tazza del cappuccino.
    uhmmm che voglia di colazione!!

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