Rappresentante di classe chi, io?

classe_chat_whatsapp

Non so come sia potuto succedere.
Ricordo vagamente di aver annuito alla maestra mentre spiegava come sarebbe avvenuto lo scrutinio, poi il nulla.

Sono stata eletta rappresentante di classe.

Lunedì c’è stata la riunione della classe di mio figlio Thomas, alla scuola materna. L’avevo scritto sul calendario perché ultimamente ho quel super-potere che fa sì che io dimentichi le cose non appena mi vengono comunicate. Una specie di reset automatico che scatta ogni ora. Invece del cuculo che scandisce l’ora io ho il criceto che sgranocchia to do list.

Arrivo, in ritardo, non ritorno alla macchina a chiudere bene la portiera che sento essersi chiusa male alle mie spalle. Pazienza, penso. È un cesso, chi mai penserebbe anche solo di avvicinarcisi. Correndo, intanto mi infilo la giacca di pelle che non entra perché ho una felpa troppo ingombrante, di quelle con le maniche un po’ a pipistrello che non entrano nelle giacche. Tiro forte, mi ritrovo l’ombelico di fuori e i polsini altezza gomito.

Con le spalle di Frankenstein e trafelata come sempre varco la soglia della classe, prendo posto sulle micro seggioline e bevo un sorso d’acqua. Siamo in dieci, i bambini in classe sono ventinove.

Ringrazio di aver visto quell’appunto a penna sul calendario che mi ha permesso di non essere tra quelle diciannove disgraziate che hanno osato non presentarsi alla prima, ed importantissima, riunione scolastica.

Le maestre iniziano spiegando la situazione della classe, gli obiettivi del primo quadrimestre e sottolineano l’importanza delle regole: la puntualità al mattino ad esempio.

Penso al mio ingresso a scuola e mi pare di vedermi: arrivo di corsa, parcheggio di muso senza nemmeno rallentare, apro il bagagliaio e mi casca il passeggino addosso, supereroi sparpagliati sull’asfalto, una carneficina. La scarpa destra slacciata, un figlio nel passeggino con lo sguardo fisso nel vuoto perché fino a tre minuti prima dormiva beato nel suo lettino. Riprende contatto con la realtà a suon di discese dai marciapiedi e ruote bloccate tra le buche. L’altro figlio per mano che cammina come se stessimo cercando le castagne, passeggia con mezza brioche ancora in mano, masticandone una briciola alla volta. Lentamente. Lui non lo sa che sono le 08.58 di lunedì mattina e anche lo sapesse probabilmente farebbe spallucce.

Entro nell’atrio e lancio il passeggino con tutto il suo contenuto sulle tibie della gentilissima bidella che lo sorveglierà per qualche minuto. Sudo, spoglio Tommy, sudo, saluto le maestre, sudo, saluto Tommy, sudo, riprendo Andrea, sudo, esco.
Mi tocco tutte le tasche in cerca delle chiavi della macchina che puntualmente ritrovo nella cappottina del passeggino.
Salgo in macchina e mi giro a controllare di averci messo anche Andrea. Lo so è terribile ma io controllo, non mi fido di me.

La maestra riporta i miei pensieri sull’attenti quando inizia a parlare del rappresentante di classe.

Chiede se ci sono volontari. Mi guarda.
Io mi giro.
Dice che non è poi un ruolo così ostico come viene dipinto. Mi guarda di nuovo.
Mi scruto le unghie mangiucchiate.
Qualcuno mette le mani avanti dicendo di non avere tempo, altri di non avere voglia.
Io mi guardo in giro cercando le stesse cose che cercavo nello zaino nel 2001 quando la prof apriva il registro per interrogare.
Mi guarda.
Dico qualcosa tipo che io il tempo ce l’ho ma…

“Perfetto! Abbiamo un rappresentante di classe”. 

Non faccio nemmeno in tempo a quantificare la cacata stratosferica che ho fatto, sibilando qualcosa, che mi ritrovo un unico pensiero in testa: La chat di classe su WhatsApp.

Eh no! No cari, un attimo. Io avrò anche il tempo ma la salute mentale per gestire una chat di genitori per un anno intero no. Non ho pazienza, alla prima frase a caratteri cubitali corredata da due punti interrogativi potrei dare di matto. No, non se ne parla! Nemmeno se promettete di pagarmi l’analista o la settimana alle terme in giugno. So già come funzionano queste cose, si parte con “usiamo la chat solo per le comunicazioni pertinenti alla scuola” e finiamo con “metti amen e condividi il pupazzetto contro il malocchio che se non lo mandi a centoventi persone in quattro secondi sarai sfigato per trentadue generazioni, gif con le mimose glitterate l’otto marzo e caffè del buongiorno”. Buongiorno un cazzo!

No! Mi alzo e dico la mia prima frase da rappresentante di classe: “Sì ma niente chat. Comunicheremo via mail e per le urgenze via telefono” 

Improvvisamente ero il temerario Fantozzi che si ribellava a quella cacata pazzesca della Corazzata Potëmkin. Negli sguardi dei presenti tutti i novanta minuti di applausi.

Qualcuno ha urlato al miracolo, altri hanno chiesto se quindi si può finalmente abbandonare il gruppo, fatto sta che mi sono parsi tutti d’accordo.

Il secondo pensiero che la mia testa ha prodotto è: “ma che cazzo stai facendo? Ti ricordi vero chi sei? Sai che la tua macchina qui fuori ha la portiera aperta? Sai che sei tu quella che dimentica la spesa in auto sotto il sole di luglio, che vive di bigliettini persi e decine di bellissime agende vuote? E che dopo una non non riesci a ricordare chi è la madre di chi? Ricordi vero che l’anno scorso tuo figlio a maggio aveva il cambio di gennaio e che quando sei andata a prenderlo l’hai trovato con i calzettoni di lana e il muschio fra le dita dei piedi?”

È troppo tardi per rimediare, per tirarmi indietro. Posso solo fingere di non essere quella che silenziava la chat per un anno, quando sotto le feste si parlava del regalo di Natale per le maestre. Posso omettere di aver tentato di abbandonare quando, in piena emergenza pidocchi, una mamma regalava vocali da quattro minuti cadauno. Quattro minuti. Dai! Chi non lo avrebbe fatto.

Qualcuno ieri mi ha chiesto come farò senza la chat.
Farò, farò. Fosse l’ultima cosa che faccio, ce la farò.

4 comments

  1. In quelle maniche a pipistrello che denudano l’ombelico una volta infilate nel giubbino, mi sono ritrovata in toto. Anche in tutto il resto, a dire il vero . Unica differenza: con un figlio alle elementari ed una alle superiori, che sommando fanno 15 anni scolastici in essere, per ora l’ho scampata e non sono mai stata calata nel ruolo di rappresentane

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