Programmi per San Silvestro?

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Da un po’ di anni quando mi chiedono: “Cosa fai a San Silvestro?” la mia risposta è sempre la stessa: Niente.

Sul viso del mio interlocutore segue una specie di smorfia di compassione. Labbra curve verso il basso e occhioni tristi tipo oh poverina, che tristezza stare a casa la sera di Capodanno.
Sulla mia invece, di faccia, l’espressione di chi è terrorizzata all’idea di ricevere un altro invito per uno pseudo veglione, un’altra cena in un posto scrauso o ancor peggio una festa in discoteca.

No! Io la sera del 31 non voglio rotture di scatole. Me ne voglio stare a casa.

A me San Silvestro non piace, anzi col passare del tempo ho quasi il sospetto che non mi sia mai piaciuto. Da ragazzina era però la buona occasione per sentirmi adulta, uscire e fare tardi con le amiche. Per ubriacarmi con due dita di spumante del Lidl vestita da Barbie gran battona delle feste (lurex version).

Era questo per me il significato di questa festa: la libertà.

Due dita di fondotinta di due toni più scuro del colore della mia pelle, come se avessi preso per sbaglio la trousse di Carlo Conti. Faccia arancione, collo bianco latte. Una passata di ombretto celeste, avevo preso seriamente la storia che sugli occhi verdi l’azzurro è la morte sua; una bella rigaccia nera e mascara Maybelline del super, di quelli che poi sui dischetti leva trucco ci trovavi le ciglia a gruppi di quattro.
Non sapevo mai come vestirmi: nero, rosso, brillantini, paillettes, lungo, corto; così nel dubbio mettevo tutto. Avevo metà degli anni che ho adesso, un quarto del buongusto e quello a cavallo tra ’90 e ’00 non era certo il periodo del less is more.
Mi sono sempre sentita un po’ fuori posto in mezzo a tutta quell’esagerazione, la mia e quella degli altri. Al divertimento forzato, alla confusione, all’aspettativa stupida che dopo la mezzanotte sarebbe davvero cambiato qualcosa oltre alla canzone di Gigi D’Agostino. Dopo la mezzanotte semplicemente si avvicinava l’ora in cui mio papà mi veniva a riprendere ed io finalmente potevo togliere quei dannati collant in lurex e grattarmi le cosce come un gatto con le pulci.
Maledette calze.

Sono seguiti poi anni di festeggiamenti in montagna, in città, in giro, al mare, in macchina, per strada, con amici, in coppia, da ricordare, da dimenticare. Ma a trentadue anni posso dire che l’unica cosa che non sia mai cambiata per me sia il significato di San Silvestro: la libertà.

Una libertà che oggi ha un senso diverso. Quello di restare seduta, scegliendo di non aggrapparmi per forza ai fianchi di quello davanti quando parte il trenino, soprattuto se ha la pezzata pesante sotto le ascelle.
La libertà di cucinare qualcosa di buono a casa, senza pagare conti salati per cene scadenti.
Di non indossare mutande rosse, anzi di non indossarle proprio se mi va di farlo.
La libertà di salutare il vecchio anno ripensando a ciò che mi ha lasciato di bello e di brutto, a ciò che mi ha insegnato, regalato, tolto senza per forza rinnegarlo. Dare il benvenuto a quello nuovo, finalmente libero da Saturno, nel silenzio.

Senza fare fioretti che non sono il mio forte. Senza fare progetti, che poi mi sale l’ansia.

Nella penombra, con la vestaglia stretta in vita, sdraiata sul divano. Tra lucine di Natale ancora sull’albero e la tv sintonizzata su un film che mi piace, mentre fuori scoppiano i botti.

E basta con sto cazzo di Maracaibo!

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