Polaroid su uno specchio

Polaroid su uno specchio

Ma voi ve lo ricordate chi eravate prima di diventare mamme? Capita mai che vi tornino alla mente le polaroid di quelle ragazze?

Ogni tanto mi sembra di vederle, le mie. Incastrate per l’angolino nella cornice di uno specchio che riflette un’immagine che si è un po’ abituata alle occhiaie. Che si è dimenticata di quegli orecchini ma mai di quel rossetto rosso. Quello che resta sempre sul fondo della trousse, quello che ormai indossa poco. Quasi mai, a parte in casa. Quando vuole sentirsi femmina ma soprattutto quando non c’è suo figlio a rubarle tutto il colore dalle labbra a suon di baci.

In quella cornice c’è intagliata tutta una vita: quella prima. Prima della vita.

Una vita leggera. In bocca lo stesso numero di denti ma nei sorrisi adesso se ne contano di più. In mano qualcosa da bere: una bottiglia di birra forse. Di quelle da bere a piedi nudi sulla sabbia fresca della sera con il costume da bagno del pomeriggio ancora addosso. Il buio della notte fonda che confonde cielo e mare, quello spicchio di limone che adesso è la tettarella di un biberon. Avevo un bel seno, davvero bello. Anche lui ora guarda quelle fotografie. È un po’ nostalgico a vedere quel bikini verde smeraldo che adesso non gli sta così bene. Per fortuna le chiappe non vedono, sono girate dall’altra parte, per loro sarebbe un colpo durissimo.

A quei tempi ne esprimevo di desideri, tanti. Facevo il gioco di indovinare dove si posavano le ciglia, se sull’indice o sul pollice. Desideri che adesso non ho più. Alcuni si sono esauditi, altri no. La maggior parte nemmeno li ricordo.

Si vede dalla mia espressione che pensavo di poter fare tutto, di raggiungere qualsiasi obiettivo. Lo sguardo di chi è certo di poter ancora decidere chi essere da grande. Perché grande non lo ero. Facevo ancora la spaccata e mettevo la gamba destra dietro alla testa. Pensavo di poter suonare, cantare, ballare. Anche in macchina, da sola. Senza nessuno che mi dicesse di abbassare il volume o di togliere i Red Hot per mettere il Cuoco Pasticcione. Potevo essere chiunque volessi, concedendomi il lusso di decidere con calma. Di imparare, di stancarmi e cambiare di nuovo.

Fumavo. Contavo i giri di carta igienica intorno alla mano prima di strapparla dal rotolo anche se ero in ritardo. Tanto potevo uscire struccata e spettinata senza sembrare fuggita da qualche ospedale psichiatrico. Cantavo a squarciagola fregandomene dell’inglese. Ché tanto le canzoni le capivo lo stesso, le parole me le ha suggerite sempre l’istinto.

Non ero mai a casa. Sempre uno sfondo diverso. La vita mangiata senza masticare. Inghiottita voracemente. Tanti sbagli, alcuni me li sono perdonati, per altri invece ho strappato tutte le foto. Polaroid che con questa cornice non c’entrano niente, immagini che la me di oggi forse giudicherebbe duramente.

Avevo una testa con molto più spazio dentro. Spazio riempito si cose mie e soltanto mie. Di nessun altro. Nessuno zainetto da preparare la domenica sera per la settimana di asilo. Il tempo, tanto. Riempito da cose che al momento non riesco nemmeno ad immaginare di fare in un mese, figuriamoci in un giorno.

Pensavo di essere invincibile ma non lo ero. Lo sono diventata soltanto dopo. Dopo essere diventata mamma.

Perché per quanto gli altri lo possano ripetere non ci si crede ma la vita inizia lì: in quel preciso momento tutto si rivoluziona. Un terremoto che invece di distruggere mette in ordine, una bilancia che improvvisamente si tara correttamente. Un paio di occhiali che ti fanno vedere le microcose: cose che prima nemmeno sapevi potessero esistere.

E un’altra polaroid si sviluppa e quella cornice si fa sempre più preziosa.

Ogni tanto la me delle foto manca in quello specchio. Lo confesso a volte pensandola la invidio un po’. Partiva quando voleva e a volte non sapeva neanche dove si sarebbe fermata. Non pensava alle conseguenze e nella borsa non aveva mai ciò che le serviva. Poi mi avvicino, guardo bene quello specchio e quelle foto e mi riconosco. Io sono ancora lei. Allora me li vado a prendere quei tacchi altissimi nella scarpiera, li indosso con sopra il pigiama, ci cammino sexy e sgangherata. Mi accorgo di non essere mai cambiata. Tiro fuori quel rossetto sfacciato, ci appiccico un post-it a forma di cuore e gli scrivo di portarmi a cena fuori. Solo io e lui.

Perché in fondo non siamo così diverse da quelle foto, basta fermarsi a ricordare. Prendere uno di quei sorrisi e un paio di quelle smorfie e metterli in tasca. Trovare un po’ di quell’ironia che fa sentire più leggeri e chiamare quell’amica che non sentiamo da tanto. Lasciarci andare e vivere come facevamo allora: momento per momento. Restare madri ma fedeli a noi stesse, ogni tanto sbagliando e ridendo per niente.

Perché noi siamo sempre quelle ragazze lì. Le ragazze delle polaroid. Incastrate in quella cornice solo per ricordarci chi siamo davvero quando allo specchio ci riconosciamo poco.



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