Pigiama Party e Smemorande

dopo lo zero

Tra poco più di un mese il mio anno da trentenne finirà

Nessuna scusa, nessuno zero dopo la decina al quale abbracciarsi comodamente e al quale affidare trecentosessantacinque giorni di: ho trent’anni e ho la consapevolezza, l’amor proprio, i progetti, le robe da fare, i viaggi… 

Dopo lo zero c’è l’uno: il bastone per quel tre che se lo guardi bene ha la gobba e il culone.

Guardo a questo numero con distacco, sentendomi ancora poco d’accordo con questa assurda attribuzione dell’età femminile.
Chi l’ha deciso? Se avessero chiesto a me avrei risposto che, passati i quindici, avrei voluto spegnere una candelina in più ogni cinque anni.
Ma all’epoca spuntava a malapena il seno, figuriamoci le domande esistenziali.

Anzi ripensandoci gli anni dell’adolescenza sono stati terribili: un esame infinito durante il quale se ti eri preparata per sfilare come miss Italia ti veniva chiesto di svolgere un’equazione, se avevi studiato le tre leggi di Keplero ti si giudicava il culo piatto.

Ricordo le scarpe – oscene – che indossavo: due paio di ferri da stiro sui quali avevo disegnato un murale con l’UniPosca rosa. C’era scritto “Fra”, come se quella scritta mi regalasse la convinzione di sentirmi a mio agio provocandomi una storta ogni quattro passi.
Ricordo il metabolismo di quegli anni, così rapido da bruciare le calorie di quelli che stavano intorno per osmosi. Ricordo il tempismo, sempre sbagliato, dei ragazzi e delle loro proposte a risposta multipla ti-vuoi-mettere-con-me-sì-no-forse che i casi erano sempre due: o erano cessi o la volta che quello che ti piaceva ti passava il biglietto il cuore ti batteva così forte da non farti sentire che ti aveva solo bisbigliato di passarlo alla tua compagna di banco. Ovviamente figa, ovviamente la cocca della maestra di ginnastica artistica, senza occhiali, e con le trecce perfette non sfatte come le tue. Tu eri solo il messaggero con le ginocchia brutte e le unghie rosicchiate.

E allora il cuore tornava lì: nella casellina del vaffanculo, dove poi è rimasto per tutte le scuole dell’obbligo.

Non è stato un periodo semplice e con i maschi è sempre stata una lotta: un bambino in particolare mi faceva sempre i dispetti e le mie amichette di grembiulino, rosa con gli Aristogatti, mi dicevano che lo faceva perché era innamorato di me e che i dispetti erano il suo modo di dimostrarlo.
Durante l’ora di ricreazione in giardino scavava tantissimo per trovare i lombrichi e poi me li metteva in testa. Poi è arrivato a pisciarmi sulle sedia.
Secondo loro mi amava tantissimo, secondo me aveva disagi a mazzi.

Ecco perché poi una cresce con una visione distorta dell’amore. Se diventi grande pensando che l’amore sia questo non c’è da stupirsi se poi uno che rutta tutto l’alfabeto ai tuoi occhi sia molto meglio del principe azzurro e del suo fottuto cavallo bianco.

Ma è stato sicuramente meglio il baby entomologo di quello che alle medie mi ha chiamata chiedendomi un temperino in prestito e si è calato i pantaloni a tradimento sotto al banco.
Poi ci chiedono perché siamo prevenute, perché vogliamo i fiori e le giacche sulle spalle quando fa freddo. Perché siamo in ipotermia post traumatica, ecco perché.

La mia vita sentimentale all’inizio non è stata una fiaba, assomigliava più ad un pesce d’aprile in un giorno di marzo: uno scherzo di cattivo gusto.

Dovevo saperlo già quando con le amiche, questa volta di Smemoranda, passavamo le serate dei pigiama party a giocare a Boyfriend Phone. Avete presente? Quel gioco da tavolo dove si doveva scovare tra i pretendenti chi fosse realmente interessato a te. Ecco, anche lì non me ne andava una per il verso giusto; io piacevo sempre a CarloMichele, Mario, Bruno e Massimo: i più cofani sulla piazza.

Carlo aveva l’attitude e il ciuffo phonato del pr, Michele la faccia da secchione col futuro da killer seriale, Mario invece dal parrucchiere era consueto farsi fare la piega a bigodini di nonna Maria. Bruno un promettente futuro nello spaccio e Massimo un illusionista dai capelli trapezoidali.
Mi sembrava di vederlo, il mio futuro.

dopo lo zero

I cessi di Boyfriend Phone (compreso old Claudio)

Mai un Fabio, un Guido….un Luca. E quando mi buttavo, ci provavo e componevo sul telefono fucsia il loro numero di telefono mi sentivo sempre dire: “Mi dispiace ma non sono io”  e puntualmente era Claudio. Quello che era già vecchio da giovane, con la giacca a vento viola e arancio e il bavero sollevato anni ottanta.

Io odiavo Claudio!

E non è che poi sia andata meglio, o meglio ho smesso di giocare a Boyfriend Phone e ho chiuso la Smemo. Ci ho messo del tempo ma mi sono piaciuta, poi amata. E sono diventata più bella, ma è successo solo quando ho creduto in me e nel mio sorriso imperfetto ma vero.

Dopo qualche anno ho fatto un’altra telefonata, ci ho provato di nuovo e sapete che c’è? Che è andata bene… e si chiamava Stefano. La pipì la fa in bagno e non scava buche in giardino…direi che è quello giusto.

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