L’età dei sogni

L’età dei sogni

Bisogna viverla così la vita. Pensando che ogni giorno una persona possa diventare diventare chiunque voglia. Come quando si era bambini: biologo di giorno e astronomo di notte, i fine settimana veterinario e d’estate pescatore di paguri.

Un’età d’oro quella, dove le possibilità sono portata di mano – o forse meglio dire di manina – e i sogni cambiano velocemente come giocattoli in una cameretta. Quelli nuovi a riempire come amuleti le tasche dei grembiulini e quelli vecchi che pian piano si arrampicano dimenticati sulle mensole più in alto. Come i peluche: destinati ad una vita monotona fatta eccezione per quel giro di lavatrice al quale sono costretti con cadenza annuale; unico brivido di adrenalina.

Io non voglio fare il peluche, non mi piace stare sulla mensola e sono allergica agli acari.

Ogni volta è la stessa storia: è come se ogni sveglia fosse quella buona, ogni giorno quello di quel treno che ferma una volta sola. Vivo con quella sensazione frizzante nella pancia – che non è quella che provo quando da intollerante ingurgito del lattosio – ogni angolo che giro attendo di sbattere contro al mio destino.  Perché la routine è lo spauracchio più grande, con lei il tempo passa tutto uguale e finisco per essere com’ero ieri.

E odio pensare di non cambiare. Di non essere peggiore o migliore del giorno prima.

Quando ero bambina era più semplice, riuscivo anche a diventare invisibile. Mi bastava immaginarlo perché succedesse davvero. Una tenda o una coperta leggera erano sufficienti per sentirmi protetta in quel mondo che aveva il cielo rosa a fiorellini; come la trama di quel lenzuolo che avevo da bambina. Ero capace di sognare prima di addormentarmi, chiudevo gli occhi e mi raccontavo la storia che avrei voluto vivere. Sapevo ciò che volevo, ogni giorno era qualcosa di diverso, ma per quelle ventiquattro ore vi assicuro che il desiderio era così intenso da sembrare una promessa eterna.

Nel giro di pochi anni sono stata tantissime cose. Il mio primo sogno era semplice e leggero: volevo lavorare in una gelateria. Questa era ovviamente una scelta semplice e innocente; la scelta di una bambina che sapeva che si sarebbe nascosta sotto al bancone a divorare coni gelato senza pensare che, con la legge attuale, sarebbe stata licenziata in tronco.

Poi, come le mie coetanee, passavo i pomeriggi a strisciare il gessetto sulle sagome di Gira la moda sognando la mia carriera da stilista. Poi correvo come un’alienata a frugare nell’armadio di mamma stratificandomi addosso le cose più vistose che riuscivo a trovare in quei cassetti delle meraviglie. Ricordo ancora un top di tulle e conchiglie bianche che mi faceva sentire una bambola. Di preciso Barbie Miami con la grattarola, perché dopo cinque minuti che ce l’avevo addosso mi prudeva da matti. Erano i primi anni novanta, le spalline erano ancora troppo presenti sulle giacche e la bigiotteria tintinnava. Io sembravo una millefoglie di tamarria. Una specie di Madonna iper-cotonata nel video di Like a virgin, in gondola ma sul Naviglio.

Ho lasciato perdere la moda, ovviamente, e durante il periodo adolescenziale sono stata molto vicino a compilare la domanda d’iscrizione ad una scuola per parrucchieri. Cambiavo taglio e colore di capelli una volta alla settimana. Non trovavo pace, tricologicamente parlando. Passavo dal rosso Vanna Marchi al platino del ciuffo di Malgioglio in un attimo e questo mi faceva pensare di avere la stoffa per questo mestiere. Solo io so quanti soldi ho speso in tinte fai da te e quante ore ho trascorso fissando le illustrazioni sul retro per capire se da nero corvino sarei riuscita a tornare biondo cenere senza passare dall’arancione.

Avrei anche fatto l’infermiera, ma l’idea di bucare il braccio a qualcuno mi ha sempre fatto desistere. Se avessi provato adesso sarei una di quelle che non trova mai le vostre vene, che suda mentre scarta la siringa dal pacchetto. Quella che voi puntualmente, e a ragione, prendereste a bastonate con l’asta della flebo.

Ho poi seriamente preso in considerazione di diventare criminologa forense. Era il periodo di CSI Las Vegas, la migliore, io Orathio non l’ho mai sopportato. Il percorso di studi era molto intenso ed io appena fidanzata e con una mente troppo leggera per quei libri così pesanti. Così ho lasciato perdere, altrimenti a quest’ora il blog si chiamerebbe Scusate, sono la Bruzzone e sarei invitata da Barbara D’Urso a sproloquiare di omicidi. Capite il rischio che ho corso?

Avrei voluto fare la hostess, la ballerina, la grafica pubblicitaria, l’architetto, l’estetista, l’attrice… Mi sono immaginata con mille divise, seduta intorno a tavoli importanti, di quelli con il proprio bicchiere e la bottiglia d’acqua davanti. Mi sono immedesimata in tante donne, dalla casalinga, alla cassiera, dall’insegnante alla Cristoforetti. Diventando tutte e nessuna di loro.

Oggi, non sono più una bambina, ho due figli e per adesso nessuna scrivania su cui rovesciare goffamente la San Pellegrino fresca alle riunioni. Ma non ho intenzione di smettere di cercarmi come facevo allora: con entusiasmo, perché no, quello non bisogna perderlo mai. Non smetterò di vestirmi di sogni e bigiotteria rumorosa perché in tutto questo caos inconcludente ho trovato le parole, scritte. Nero su bianco. Una strada che mai avrei immaginato di percorrere, presa per caso svoltando un angolo qualsiasi in un giorno qualsiasi. Una mattina in cui forse mi son svegliata bambina e ci ho creduto davvero che i desideri succedono.

Perché sono i sogni talvolta a venire a prenderci, bisogna solo smettere di mettere i punti dove loro vogliono ancora disegnare. Loro sanno sempre dove trovarci.

Credeteci sempre. In cosa?

Nella bambina che c’è in voi!



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