Ipocondrie da parrucchiere

Non mi sento propriamente una fifona

anzi, se penso alle botte di adrenalina che mi sono regalata in questi quasi trent’anni di vita mi sento un pochino wonder woman de noantri.

Mi sono seduta sul fondo del Mar Rosso, ho volato tra i cieli del Monviso grazie ad un lancio da paura col paracadute, ho consumato le gomme della mia moto in pista, ho coccolato un coccodrillo jamaicano. Ho avuto un parto tremendo (ma chi non ce l’ha avuto?) un travaglio infinito. Ho rotto le acque il sabato alle 19.00 e Doppia T è nato il lunedì alle 17.00. Il tutto senza neanche un cristone tirato giù come si deve.

Mio padre me l’ha sempre detto che sarei stata una bella gatta da pelare, l’aveva capito quando mi sono lanciata dal balcone di casa sulla rete elastica che mi aveva regalato per i miei 13 anni.

Andando indietro con la memoria in effetti ne ho fatte un po’ di tutti i colori e i colori, ai capelli, me li sono fatti un po’ tutti. Ma tutti abbiamo il nostro tallone d’Achille, il nostro punto debole. C’è sempre qualcosa che ci fa davvero paura, una paura talvolta spropositata e ingiustificata.

Ecco per me la paura, quella vera, è: il parrucchiere che farfuglia al lavatesta.

Sono pronta a scommettere che tutte voi abbiate provato questa fastidiosissima esperienza.

Tutto procede bene, incartate, incellophanate, glassate di tinta, fino allo scadere del tempo di posa quando ci accomodiamo, si fa per dire, al lavatesta. DA quel momento inizia un via vai sospetto alle nostre spalle. Guardano tutti i tuoi capelli, commentano con l’alfabeto muto mentre tu sei lì con le vertebre rovesciate in una posizione nella quale è già difficile deglutire figuriamoci ribaltarsi giù nel lavandino per sbirciare qualcosa.
Lì dietro si odono passettini e impercettibili fischi che chiamano a raccolta mezzo staff. Poi si passa ai bisbigli e alle toccatine. Cartine che si spostano, ciuffetti dai quali viene timidamente grattata via la decolorazione e altri farfugliamenti.

Eppure tu lo sapevi, dovevi seguirla quella caspita di sensazione quando hai varcato la soglia del negozio e quella coi capelli mezzi rasati, blu con la ricrescita, e che somigliava all’ipotetica figlia di Beth Ditto e Marilyn Manson, ti ha messo la vestaglia.
Dovevi scappare lontano, fingere di non essere una cliente ma una alla quale avevano bloccato l’auto parcheggiando doppia fila.
Dovevi improvvisare un: “Scusate è vostra quella Seat Ibiza fucsia in seconda fila? Ah, no niente grazie tanto sono venuta a piedi. Salve.”

Perché una parrucchiera con i capelli non curati è come un’estetista con i peli, non va bene!

E invece no! Sei rimasta ed ora che sei lì che ti maledici. Semi-sdraiata su quella poltroncina scomoda che vibra e più che simulare un massaggio shatsu pare uno stimolo per la labirintite. Con la bocca secca, lo ioide spezzato e una lordosi ormai invalidante provi ad isolare il rumore di fondo dei phon e capisci che è in atto un codice rosso delle coiffeuses.
Allunghi l’orecchio, dove la shampista, sperando di essere promossa alle messe in piega, ha volontariamente infilato due dita di schiuma. Cerchi allora di tradurre il labiale dello stylist che, visibilmente preoccupato, si limita a fare nonono con il capo. Capo che tu a breve prenderai a colpi di ferro arricciacapelli.

Ti concentri e provi a capire se ti devi incazzare subito e di botto, senza neanche arrivare alla maschera nutritiva.

Arriva una voce, in genere non è chi ti ha conciato come Solange ma la sua dolce collega: “Iniziamo a sciacquare dietro, questi davanti li teniamo in posa ancora qualche minuto”.

Che ovviamente si traduce in 20 minuti.

Che ovviamente diventa mezz’ora.

Che ovviamente non sai più se sia peggio il tuo collo tipo cigno morto rovesciato o quello che ti aspetta davanti allo specchio.

Altri passettini e richiami, altri bisbigli incomprensibili e una risatina che sanno solo di “arrotolatemi il turbante che mi alzo e faccio un casino”

E ti lavano. E la crema.

Ti alzi che vedi i puntini blu perché sei rimasta ore a fissare i faretti a 300 watt sopra di te, che tra l’altro pare sia una tecnica di stordimento cromatico dell’iride.
Se a questo punto ti offrono il buonissimo caffè del bar accanto la situazione è molto grave. Ti siedi e cerchi di smontare l’impalcatura dell’asciugamano per dare un’occhiata al ciuffo malgiogliano. Tutti fingono di fare il loro lavoro ma spiano: dallo specchio della loro postazione, da quello del totem dei trucchi, dal tubo cromato del casco per la permanente. Tutti.

Non avevamo detto biondo freddo? Questo è un po’ ramato, le punte sono anche parecchio bruciate. Il ciuffo è troppo corto, forse era meglio non averlo proprio. Avevo detto effetto naturale, come mai ho delle strisce bionde su base castana? A questo punto solitamente tentano di sistemare il danno con il taglio e, inutile dirlo, ti ritrovi ad uscire scontenta e senza soldi con due ciuffetti insulsi tipo li-ho-fatti-a-casa-e-da-bagnati-erano-lunghi-giusti.

Per un secondo vorresti prendere una macchinetta e imitare Britney Spears, rasarti a zero con gli occhi iniettati di psicolabilità e prendere a ombrellate tutto lo staff finché non ti ricrescono fino alle spalle.

Cari parrucchieri, io vorrei dirvi una cosa: noi che stiamo per ore col palato asciutto sedute a deglutire ansia siamo stufe! Ecco io chiedo la certezza della decolorazione. Altrimenti che diano 30 volumi al parrucchiere che sbaglia.

Ecco!

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