Instagram: riflessioni su tavoletta

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Apro Instagram, scorro i feed e sulla tazza del water penso a quanto questo social sia affascinante: la comunicazione per immagini, la community, la libertà di espressione (tranne i capezzoli eh, quelli no. Se li avete metteteci sopra due fette di avocado, del washitape glitterato, qualunque cosa purché li censuriate).

Non è facile raccontarsi per immagini nell’epoca in cui il tuo feed Instagram parla per te.

Per esempio io vengo letteralmente rapita dai profili di quelle mamme che fotografano i figli che dormono. Con una pazienza da fare invidia ai certosini creano, intorno a questi bimbi dormienti, una specie di set.
Ecco che la meravigliosa bambina, addormentatasi con le braccia alzate, diventa una ballerina di danza classica grazie a uno chignon improvvisato, un po’ di tulle e qualche nastro rosa pallido.
Tutto meraviglioso, davvero, ma la mia domanda è: con tutte le cose che una (neo) mamma ha da fare -e spesse volte non riesce nemmeno a cominciare- durante la veglia dei bambini ma vogliamo davvero sprecare l’occasione?
Cioè buttiamo al cesso venti sacri e scarsi minuti di divano/doccia/maschera al viso/caffè/macine/lettura di qualunque pezzo di carta/shopping on-line/qualsivoglia altra attività compreso fissare il vuoto come solo i gatti sanno fare?!
Perché prendere fiori freschi, suppellettili vari, montare cavalletti, impostare fotocamere e addobbare un neonato a supereroe quando puoi fare un doppio carpiato con avvitamento e sforbiciata sul divano che Netflix si è già connesso da solo.
Quando i miei figli dormono, contemporaneamente, io faccio la rovesciata come Giovanni all’Autogrill in “Tre uomini e una gamba”, metto su Beat it di Michael Jackson e mi sparo il balletto in modalità silenzioso.
Altro che merletti.

Poi ci sono le food blogger che sporcano bene. Loro hanno un feed capace di farti venire voglia di mangiare pure il muschio che gli Ugg fa crescere loro tra le dita dei piedi, quando in maggio li indossano senza calze. Hanno tutte il Kitchen-Aid nei colori più fighi, non quelli in offerta su Amazon. Montano cose dalla mattina alla sera: panna, albumi, tuorli; assaggiano sporcandosi le dita ma non hanno baffi da leccarsi.
Sporcano bene: cucchiai imbrattati di salsa in pendant con il colore dei piatti, ovviamente decorati a mano. Tavoli meravigliosi in legno massello spruzzati di farina, taglieri in marmo di Carrara scelti in cava come faceva il buon Buonarroti, mica l’inflazionato Lämplig a 8,99 da Ikea.
Erbe aromatiche ovunque, un tripudio. Ché a me manca pure il basilico surgelato figuriamoci il timo limonato.
Guai a nominare lo Scottex e i suoi disegnini pacchiani, qui solo canovacci in cotone egiziano, in nuance, sapientemente piegati finto-stropicciato, messi  a 45 gradi rispetto il quadro fotografico.
Tutto meraviglioso, quello che però supera ogni mia immaginazione è la quantità di bracciali, anelli e collane, con la quale sono ai fornelli. Roba che, al di là del fastidioso rumore che si possa produrre sbattendo due uova con lo zucchero, chiunque con tutta quella paccottiglia non riuscirebbe nemmeno ad aprire uno yogurt senza pucciarci dentro la collana.

Poi incappo in quelle che sono sempre in vacanza. Perennemente in aereo, da una parte all’altra del mondo. Gallery fatte di spiagge, di cocktail vista mare e di camere d’albergo grandi come le risate che si fa Booking se gli chiedi un preventivo per la medesima struttura. Bronci, sotto capelli spettinati, e didascalie che lamentano dell’ennesimo pesantissimo jet-lag.
Pesante eh.
Tra le foto di queste gran culo spuntano immancabili borse firmate poggiate su tavolini, drink ghiacciati da congestione fulminante e una bella dose di  piatti esotici che non si capisce mai che cazzo ci sia nei dentro: semi, poltiglia, germogli, bacche, gel per capelli, slime. Foto di chiappe perfettamente sabbiate, meravigliosi vestiti svolazzanti, bronci su sfondo oceano. Ah, e altri bronci su sfondo aeroporto.
Io che mi emoziono anche davanti ad un Camogli, nemmeno ben scaldato, dell’Autogrill, figuriamoci se mi regalassero un viaggio a Bali. Altro che: “Amo fammi la foto in mare però aspetta che passi la vecchia”.

Poi ci sono quelle che postano solo cose instagrammabili, di tendenza: gli unicorni, i cupcakes, le bowl con i semi di chia (di chi?), gli avocado toast, gli intrugli verdi che santo cielo vorrei vederle davvero divorare a cucchiaiate quella roba lì, perché altrimenti non ci credo neanche un po’ a ‘sto #yummy.
Credetemi, quelle quattro foto delle mie colazioni, che ho nel feed sono state fatte a stomaco pieno. Perché no, nessuno può fare delle foto decenti a cose buone da mangiare se ha fame, sarebbe come tenere aperto il rubinetto mentre scappa forte la pipì in assenza di un gabinetto.

Quelle che si fanno le foto dall’alto sul letto, i piumoni bianchi e freschi di bucato, i cuscini soffici, i calzettoni in lana e le tazze di caffè fumanti. Una volta ci ho provato e ho tirato giù quattro quadretti Ikea, appesi malamente sopra la testiera del letto, per impostare l’autoscatto. Mi è caduto pure il telefono sul naso e il caffè freddo si è rovesciato sul copriletto. Ma chi me lo fa fare che poi ho sempre le lenzuola stropicciate, con i calzini di mio marito infilati sotto, e il suo orrendo cuscino per la cervicale che spunta dalle federe.

Ma davvero poi il nostro feed Instagram parla di noi? E quanto vogliamo che racconti della nostra vita? Del nostro quotidiano facciamo vedere ciò che è o nelle nostre dispense tutte healty nascondiamo sul fondo qualche pacchetto di Fonzies?

E se la corazza dell’anima 3.0 fosse il rose gold e la avocado mania?
Va bene, mi alzo, che ho il segno rosso della tavoletta sulle chiappe e non è per niente instagrammabile.

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Cos’è la Blondeletter? Non lo so nemmeno io con precisione, ma dentro c’è: una notte insonne, mezzo barattolo di Nutella mangiato con il cucchiaio da minestra, computer in palla, panico, isteria e tanto, tanto entusiasmo.

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