In hotel: mamme solidali e open bar. Un sogno

Hotel_mamme_vacanze

Le mamme si sa: sono sempre tutte contro tutte.

C’è quella che allatta al seno che critica quella che esce dall’ospedale e passa in farmacia a comprare il formulato; c’è quella criticata che non le manda a dire a quelle che allattano a richiesta oltre i 48 mesi.
Quella che dà l’ovetto Kinder e quella che per merenda porge ai figli un gambo di sedano guardando la prima come se meritasse una segnalazione agli assistenti sociali.

Quelle pro cartoni animati odiate da quelle contro la televisione.
Quelle che sostengono il co-sleeping che danno addosso a quelle che ognuno nel suo letto, sì anche con la febbre a 40.
Quelle pro Tracy Hogg, tutte routine e sussurri, che etichettano come immorali le fans di Estivill. (che fanno piangere i bambini con la porta chiusa per intenderci)
Quelle che usano i pannolini lavabili che guardano dall’alto in basso quelle che comprano bancali di usa e getta; e tra queste quelle pro Pampers e quelle pro Huggies, due fazioni feroci che manco sugli spalti di Inter-Milan al Meazza.

Potrei continuare ma ho recentemente scoperto che esiste un posto, una zona franca, dove le madri smettono di prendersi a colpi di libri di puericultura sul coppino.
Questo posto è l’hotel per famiglie.

Un posto magico, un giardino dell’Eden dove al check-in oltre a lasciare i documenti si depongono i bagagli e pure le armi.

Il primo giorno si è generalmente un po’ sulla difensiva, si guardano gli altri ospiti e si iniziano timidamente a frequentare le aree comuni: parco giochi, hall, sala cinema, bar. Ci si guarda, si fanno confronti, ci si sente in difetto rispetto tutti gli altri, mentre si dà qualche calcetto sugli stinchi al proprio figlio per redarguirlo. Senza smettere di sorridere, con le labbra tirate che fanno tanto “smettila subito o ti becco fra il chiaro e lo scuro e facciamo i conti”.
Basta poco però, un I-Pad sul tavolo all’ora di pranzo e il ghiaccio è rotto. I primi sono i più audaci, in genere hanno più figli e non hanno timore di far sentire a tutta la sala le musichette ipnotiche che fanno da sottofondo a bambini, con più visualizzazioni del Matrimonio dei Ferragnez, che scartano ovetti. Ne basta uno e subito si aprono le danze, pure quelli che costringono il duenne al tovagliolo sulle gambe, tirano fuori l’aggeggio demoniaco di cui sopra.
Il secondo giorno sui tavoli s’intravedono smartphone appoggiati a caraffe di vino, genitori piacevolmente brilli, free wi-fi e sulle note di the wheels on the bus go round and round passa la paura.

La colazione è importantissima, lo sa bene quella famiglia che sul tavolo non ha tablet ma: un bel toast, uova, frutta, un succo, qualche fetta di pane ai cereali e della marmellata bio. Le buone abitudini vanno insegnate (con l’esempio) molto presto, ma i loro figli fanno i capricci perché vogliono un’altra dose di Nutella. Niente pane, niente torte, solo Nutella da mangiare a cucchiaiate. Il bambino del tavolo di fianco gli sorride sornione, con i baffi di uno che di cioccolata ne può mangiare parecchia.
Dopo qualche decina di minuti di capricci solitamente finisce con il cameriere che porta altra Nutella per il tavolo due. Ché anche i salutisti sono cresciuti con l’olio di palma in fondo.

Questo genere di hotel dispone di una spiaggia privata solitamente attrezzata e molto vicino alla struttura. Tipo venti/ventidue passi al massimo.
C’è anche il giardino con piscina ma i genitori dal cuore impavido vanno sulla battigia, a litigare con la sabbia, con le alghette, a pestare conchiglie appuntite. Che gusto c’è altrimenti.
Ciabatte, asciugamani e dritti all’ombrellone. Tutti vogliono la prima fila, anche se le file sono due ed è piacevolmente ventilato; la prima fila è richiesta perché ci si illude di poter guardare giocare i figli comodamente appollaiati sul lettino prendisole (chorus: hahahahahahah).
Dalle ore 09:00 alle 09:30 c’è la stesura della crema, s’intonacano i piccoli corpicini dei bambini con cazzuolate di 50+, poi si parte immediatamente con la sacca dei giochi, quella maledetta traforata dove i rastrelli entrano e non ne escono mai più (i rastrelli non li usa più nessuno da quando esistono queste borse ndr).
Qualche mamma tiene la prole sotto l’ombrellone, con cappello, occhiali e maglietta guardando male quelli che sulla riva iniziano a costruire opere ingegneristiche che neanche fosse la puntata su Dubai di Megastrutture – Discovery Channel.
Piste per le biglie a forma di vulcano in eruzione, castelli medievali con ponte levatoio, padri sudati, madri distrutte dopo l’ennesimo avanti e indietro a prendere l’acqua col secchiello.
C’è chi rispetta le tre ore per fare il bagno e chi invece tuffa i pargoli nell’acqua ghiacciata con la brioche ancora in mano. Chi racconta che la congestione non esiste e chi intavola discussioni sul mercurio contenuto nelle scatolette di tonno e nei vaccini.
Le mamme con bambini più piccoli fanno sempre molta tenerezza, cercano di non far entrare i piccoli troppo in contatto con la sabbia che si sa irrita, brucia, non è semplice se questi hanno appena iniziato a camminare e cadono ogni quattro centimetri. Hanno paura di essere giudicate troppo apprensive, troppo libertine, troppo troppe, ché come fai sbagli.
Ore 13:00 i castelli sono stati distrutti, i padri si alcolizzano al bar. I bambini, tolti cappello e occhiali, corrono liberi sotto il sole, a braccetto con l’eritema. I più piccoli, impanati come cotolette, hanno mangiato circa un etto di sabbia e le mamme se ne fregano alla grande.
E così, magicamente, le mamme più diverse fanno squadra, senza pensare se sia meglio la crema senza petrolati o la nivea, senza giudicarsi se una ripete al figlio di parlare piano mentre l’altra dall’ombrellone urla: “Ohhhhhhhhh Michele! Vieni subito qua!”.
Nessuna critica nemmeno tra quella sciatta con il mollettone fluo e quella fissata con l’aspetto fisico e i selfie.
Ognuna prende qualcosa dall’altra, qualcosa che a lei manca e la fa sua, come quella ossessionata dal pulire la sabbia dalle caviglie del figlio impara a lasciarlo giocare in pace e “sporco”.

Ho visto mamme ammettere i propri errori e chiedere un consiglio sincero e ho sentito perfette estranee (perfette in ogni senso) rispondere con gentilezza, senza sentirsi migliori di fronte ad un’altra che inciampa. Ho assistito ad abbracci consolatori, a pacche sulle spalle che siamo tutte sulla stessa barca, a sguardi liberi da giudizi ed è stato bellissimo. Qualche volta più del room service.

Che ci crediate o no ho visto più madri solidali fra loro in un hotel per famiglie che in cinque anni di esperienza genitoriale tra: ospedale, nido, materna, parchetti, pronto soccorso e impianti sportivi.
Sono felice di aver visto con i miei occhi che tra mamme si può essere felicemente diverse.
Poi vabbè l’open bar aiuta, lo so. 

 

Per inciso, comunque, quello che mangiava la sabbia era Andrea. Mio figlio.

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