Felicità imprevista

Felicità imprevista

Ci sono donne che nascono madri e donne che no. Le vedi già da piccole, con quell’indole materna negli occhi mentre guardano il Cicciobello. Lo cullano, gli danno il biberon, lo vestono e lo svestono. Lo sgridano, lo educano e lo consolano quando piange.

Io il Cicciobello lo trascinavo per il braccio, mezzo nudo anche in inverno. Non avevo quel gene lì.

Giocavo a Barbie spesso ma mi innamoravo sempre di quel Ken che non voleva impegnarsi. Andavamo in giro in cabrio e lo portavo a casa mia, quella con l’ascensore.

Non sognavo di diventare madre, sono stata sempre troppo libera e troppo egoista per avere figli. Quelli ti portano via tutto: il tempo, le forze, la spensieratezza. Non stanno zitti un secondo e con loro succede che finisci col prenderti sul serio.

A me non succedeva quella cosa che capita ai più quando nelle vicinanze c’è un neonato. Non facevo tutti quei versetti, quegli oooooooo, pupupupupupu, uuuuuuuuu e compagnia bella. Non indovinavo mai quanti mesi avessero né a chi assomigliassero. Mi piacevano sì, ma li guardavo con diffidenza.

Nonostante fossero piccini e con le guance così morbide mi facevano paura, come tutti i per sempre.

Forse ho portato zaini tanto pesanti su spalle troppo minute fino al punto di desiderare di restare figlia ancora per un po’.  Diventare madre era per me l’impossibilità di tirarmi indietro. Nessuna via di fuga, nessun morbido cuscino sotto al culo quando sarei caduta. Perché sapevo che sarei caduta, eccome anche. E se non ne fossi stata capace? Ho già un carattere complicato che mi porta a sentirmi mancare il fiato quando un’alternativa non ce l’ho.

Li vedevo quelli con i figli: gli occhi segnati da una stanchezza vitrea, i vestiti troppo comodi, i mollettoni dimenticati fra i capelli, le pance che poggiavano sulle cinte. Le passioni diventate rinunce, nei cassetti nessun sogno. Vedevo madri rabbiose dare addosso a padri stanchi. Relazioni stravolte tra individui che non sorridevano più. Nessuna complicità, occhi al cielo e nervi tesi come fionde sulle quali i figli lanciavano palline fatte con le caccole del naso.

Io tutto questo non lo desideravo. Volevo prenotare una vacanza e viaggiare in auto senza girarmi ogni quattro secondi per il ciuccio caduto, per raccogliere giochi incastrati sotto ai sedili, per il succo che sbrodola sui pantaloni che te l’ho appena detto di non schiacciarlo. Io volevo tenere il culo sul sedile non spiaccicarlo sul parabrezza di continuo. Mi piaceva sentirmi la playlist degli Stones a palla senza trovarci in mezzo le tagliatelle di nonna Pina. Volevo andare al ristorante e mangiare seduta. Bere il vino quando era fresco e mangiare il risotto quando era caldo. Volevo mettere sulla forchetta dei bocconi normali, assaporandone il gusto possibilmente. Parlare con il mio compagno di cose adulte, da coppia, del più e del meno o sfiorandoci le mani. Non volevo che quel figlio monopolizzasse ogni grammo di attenzione, ogni briciola di energia. Non volevo nemmeno parlare come un’idiota con un pupazzino di cane poliziotto in mano, mentre abbaio al cameriere cosa voglio per antipasto.

No! Io non volevo rotture di palle.

Volevo sapere come sarebbero andate le cose, le giornate, le vacanze, le nottate, i mesi e le stagioni. Non ero pronta a vivere di imprevisti. E i figli sono imprevisti con braccia, gambe e sederi pieni zeppi di cacca quando indosso hanno l’ultimo pannolino che avevi nella borsa del cambio.

Però poi i figli li ho fatti, azzardando forse, ma li ho fatti. Non uno ma due, concedendomi un rischiosissimo beneficio del dubbio di non essere una buona madre. Scommettendo tutto su una mano che non potevo permettermi di perdere. Io che ho sempre e solo giocato a rubamazzetto.

Ho scoperto che avevo ragione: i figli sono dei punti esclamativi enormi. Dei cartelli stradali di pericolo piazzati prima di un dosso del quale non si vede la fine. Sono incognite di un’equazione della quale il risultato non torna mai. E solo Dio sa quanto siano importanti le mie lacune in matematica.

Ti vomitano in faccia senza preavviso nel bel mezzo della notte, ti attaccano le caccole sui pantaloni mentre sei dal commercialista, disegnano le tue braccia con quei pennarelli che super-lavabili un cazzo! Scoreggiano in un ascensore affollato e mentre tu gli dici, con calma montessoriana, che non si fa loro gridano che anche tu le fai. Rumorose e puzzolenti. Ti implorano per ore di comprargli la merenda, quella specifica merenda, e quando ce l’hanno fra le mani non la vogliono più. Ti consumano un flacone intero di bagnoschiuma negli unici tre secondi in cui ti sei distratta mentre fanno la doccia. Non stanno un attimo in silenzio, ripetono in loop strofe di canzoni, cantilene e filastrocche. Chiedono seicento volte il perché della stessa cosa. Al ristorante si mangiano il tuo filetto lardellato – senza lasciartene neanche un morso – e tu quel porco giuda di risotto giallo del menù baby ormai freddo.

Sono così i figli, sono imprevisti. Sono cambi di rotta che non ti aspetti. Sono rotoli di carta igienica finiti quando sei sulla tazza, sono serbatoi in riserva dove non ci sono benzinai, sono pacchetti di fazzoletti finiti mentre hai il moccio al naso. Ma sono anche dei ti amo detti tra un passo e l’altro in un momento qualsiasi, sono ritratti buffi disegnati con i pennarelli dalla punta grossa.

Ed io ho capito che nella non prevedibilità delle cose si nasconde il bello, che davvero l’esperienza è il viaggio e non la meta. Anche se quel viaggio è una pipì che scappa subito dopo una lunga tappa in Autogrill.

E lo devo a loro se sono migliore di ieri. Loro che hanno avuto coraggio a scegliere questa mamma un po’ matta. Perché quel gene ce l’avevo anch’io era solo nascosto da una paura folle di non fare bene.



2 thoughts on “Felicità imprevista”

  • Bellissimo post, mi ci riconosco tanto e mi è venuto in mente di quando dicevo che un figlio non entrava in una Neverfull quindi no non se ne fa niente, poi giro il mondo con la shopper di Tiger piena di salviette e due nane urlanti al seguito, adoro comunque la tua ironia, complimenti.

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