Fare, disfare e mangiarsi le unghie

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Non scrivo da un po’.
Lo so, sembra io stia trascurando questo pezzetto di mondo ma c’è un ma.

In alcuni periodi dell’anno, senza prevedibilità alcuna, mi succede di sentire il bisogno di fermarmi. Prender fiato, guardarmi attorno e vedere gli ultimi passi che ho fatto, cosa ho costruito e cosa ho disfatto. Fare un giro su me stessa, fare una giravolta, farla un’altra volta e perdere l’orientamento prima di ripartire.

In poche parole: sento il bisogno di fare. Fare cose nuove, che non appartengono alla mia quotidianità o al mio background.

Di tanto in tanto sento la necessità di rimescolare le carte: a volte in modo ordinato, sistemandole per colore e seme in scala, altre scaraventandole sul tavolo come capita, spalmandole con le mani per vedere a quale forma somiglia tutto quel caos. Mi domando a che gioco sto giocando, lo cambio se necessario e ne imparo di nuovi.
Per natura subisco la noia e la staticità e quando la mia mente sta ferma per un po’ succede che una mattina mi sveglio e decido di dare retta solo alla mia pancia. Leggo, osservo, disegno, immagino; cerco di assecondare questo bisogno di novità e mi lascio trasportare esattamente dove lui mi vuole portare.

Perdo il focus, sempre. È una cosa istintiva, non mi chiedo se ne valga la pena, perché per me ne vale sempre la pena.

Cambiare punto di vista e mettersi a testa in giù credo sia una delle sensazioni più belle. Mi capita di farlo sul divano, quando con la testa a penzoloni guardo il soffitto. Ne seguo il perimetro con gli occhi e immagino di camminare su quella superficie inesplorata, bianca. Mi scopro scavalcare i muretti, raddrizzare i quadri, saltare dentro le porte, giocare con i lampadari. Mi accorgo sempre così che è giunto il momento di fare le ragnatele.

Ho sempre iniziato con entusiasmo decine di progetti, portandone a termine pochi. Ma voglio cambiare, è arrivato il momento di capire cosa fare da grande, perché non lo so ancora. E per scoprirlo ho bisogno di fare.

Di “certo” ho solo il bisogno di non essere sempre la stessa.

In queste settimane ho cucito. Sì io, che quando tolgo le etichette dai vestiti non scelgo mai le forbici e pur sapendo che farò un buco mi affido all’adrenalina dello strappo. Io che pur di non attaccare un bottone sul polsino risvolto le maniche.
È successo che sono entrata in un negozio di tessuti e ho comprato tre metri di tartan rosso. Volevo diventasse una gonna e anche se una vocina mi ripeteva in continuazione che quella stoffa sarebbe diventata al massimo una tovaglia natalizia con l’orlo storto, me ne sono fregata. Non l’ho ascoltata e sono andata dritta in cassa con il mio tessuto e millemila cose prese a caso.
In mansarda fra lo slittino per la montagna e le mensole, che attendono di essere fissate da anni, ho ritrovato la macchina da cucire. L’ho pulita e ne ho studiato il manuale, conservato in perfette condizioni solo perché mi sono dimenticata di perderlo.

Ho confezionato due gonne, una lunga e una corta.

Mi sono arrabbiata, mi sono mangiata tutte le unghie, ho litigato con il tessuto, mi sono punta tutte le dita, ho cucito sul dritto quando invece dovevo cucire sul rovescio. Ho cucito male, scucito, ricucito meglio. Ho comprato un piedino da cerniera, io che non sapevo nemmeno cosa fosse un piedino. Ho rotto sei cerniere prima di riuscire a cucirne una per bene. Ho usato mio figlio piccolo, e i suoi primi gattonamenti con la tutina in ciniglia, per raccogliere i fili da terra.

Ho capito che se mi metto in testa di fare una cosa difficilmente mi arrenderò senza provarci.

È venuta fuori una determinazione che non pensavo mi appartenesse, io che del “mollare il colpo”  ho fatto sempre un mantra.
Ma questo non vale solo per me, vale per tutte noi. Per chi sente il bisogno di fare qualcosa di nuovo, per chi vorrebbe fare un piccolo passo oltre ma poi non lo fa. Perché so che quella vocina lì ce l’avete anche voi. Quella che vi ripete che è difficile, che non ce la farete, che vi manca il tempo. Non date retta a quel tono di sufficienza che a braccia conserte se ne sta lì a screditare i vostri progetti.

Siate curiose, andatevene in giro con lo sguardo alto, prendete spunto. Mettetevi a testa in giù, leggete libri, sfogliate riviste, appassionatevi e credeteci. Studiate, imparate, misuratevi con qualcosa di nuovo. Riprendete in mano quel progetto rimasto in sospeso. Iniziatelo e finitelo. Provateci, perché per quanto piccole queste sono soddisfazioni.

Ballate in salotto quella coreografia che tanto vi piace, imparate bene le parole di quella canzone che vi fa emozionare, fate quella torta che vi piace tanto.

Parliamo sempre di grandi desideri chiusi nei cassetti, ma ce ne sono centinaia minuscoli che mettiamo in tasca ogni giorno.

Partite da quelli, tirateli fuori e provateci. Scoprirete che è bello sfidarsi e uscire dalla zona di comfort.
Ché a volte una gonna ti insegna che basta volerlo.
Mal che vada rischierete di avere una bella tovaglia al pranzo di Natale.

2 comments

  1. Grazie. Questo post mi è sembrato scritto di mano mia tanto ho concordato con quello che hai scritto e tanto mi sono ritrovata in quello che hai vissuto. E, vivendo, ho perso la bussola per qualche istante. Il tuo post mi ha dato una spinta in più, quella che stavo cercando.
    Ti ringrazio, compagna Gemelli ♊

    1. Grazie a te Martina. A volte perdersi un po’ fa bene. Ci si ferma, si guarda la strada fatta e il paesaggio intorno. Da quello si trovano nuovi stimoli per andare avanti, che non è necessariamente dritto ma spesso a destra e a sinistra. La strada che si percorre non è mai sbagliata, neppure quando ci si scopre a girare in tondo.
      Felice di essere stata una piccolissima spinta per mettere un piede davanti l’altro. Ti abbraccio forte <3

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