Etichette e giudizi, imparare dai bambini

etichette

Quante mattine, di corsa davanti a scuola, ci arrabbiamo ripetendo ai nostri figli di non correre, mentre ci affanniamo per raggiungere le loro piccole sagome dalle sciarpine svolazzanti?

I bambini sono sempre un passo avanti. Anzi almeno due. Quei piedini di venti centimetri macinano metri e metri di vita ad ogni passo.

Ed è inutile. Per quanto proviamo ad allungare il nostro passo adulto, loro a certe cose arriveranno sempre per primi e non è questione di falcata o di indossare scarpe comode.

I bambini odiano le etichette.

Quel pezzetto di stoffa ostile che spunta dalle magliette è per loro una grande fonte di disagio. Doppia T mi chiede di tagliarle tutte, si gratta la nuca per qualche secondo, il necessario perché diventi già rossa, poi viene da me e dice: “Togli tichetta?” 

Rimuovendone una da una sua t-shirt, qualche giorno fa, ho pensato che in effetti le etichette sono davvero fastidiose. Pizzicano e graffiano rendendosi insopportabili. Proprio come quelle che questo mondo è sempre più incline a cucire addosso alle persone. Spesso prudono e irritano la pelle e se cerchi di togliertele di dosso ogni tanto ti strappi un po’ l’anima.

Il giudizio facile, la presunzione di guardare una persona e di sapere già da cosa è composta la sua persona come fosse una banale felpa.

Un’abitudine sbagliata alla quale ci stiamo rassegnando e che produce dolore; come se ad essere cucita fosse la carne viva.

Tutta questa ostilità verso chi appare diverso da noi non ci rende migliori. Come non ci rende più puri nemmeno la durezza nel condannare chi ha commesso un passo falso. È tanto facile giudicare quando le cose succedono agli altri.

Anche su di me sono state cucite etichette e a mia volta è successo che io l’abbia fatto nei confronti di altri. Le ho cucite con leggerezza, a volte a suon di risate e battutine, altre con silenzi. Di cosa erano fatte quelle etichette? Di cattiveria, di stupidità – la mia – di superficialità.

Quante volte mi sono sbagliata. Quante persone ho scoperto avere nel petto un cuore di pura e caldissima lana pur sembrando banalissimi e sintetici maglioncini.

Io che in fondo sono un semplice misto lana.

Eppure mio figlio mi sta insegnando tanto. Più di quanto io faccia con lui quando provo a spiegargli che il sette viene dopo il sei e prima dell’otto e del nove. Con lui sto imparando la bellezza del punto di vista, diverso per tutti, libero dalle trame del giudizio. Riservando ad ago e filo il solo compito di attaccar bottone con qualcuno per comprenderne la storia. Ascoltando davvero, provando lo stesso a capire anche ciò che a noi risulta incomprensibile.

Troppo spesso sbagliamo prospettiva puntando lo sguardo su elementi falsanti per poi sputare la nostra sentenza. I bambini non lo fanno: a loro le etichette non piacciono. Ragionano di cuore, utilizzando come strumento le emozioni. Basando il loro pensiero sull’esperienza, non sul pregiudizio.

Così dovremmo fare noi “grandi”. Perché le etichette fanno male e chi se le sente addosso spesso non trova la forza di fregarsene dando una sforbiciata a quelle quattro righe con su le percentuali del suo dolore. Perché troppo spesso non solo non diamo una seconda chance ma non concediamo nemmeno la prima e facciamo male perché perdiamo l’occasione di imparare qualcosa. Come succede ogni volta che ascoltiamo qualcuno mettendo il cuore al posto delle orecchie.

Allora mettiamoci le cose belle su queste etichette, usiamo questi lembi di stoffa per ricordare alle persone quanto di buono hanno nella loro sostanza. Ché se devono provocare prurito allora facciamo in modo che sia solletico!

Ridiamo di noi prima di ridere degli altri. Mettiamoci in quei panni pieni di etichette che graffiano come lame e proviamo a capire.

Perché, se leggiamo bene, anche noi abbiamo qualcosa di sintetico da tenere un po’ nascosto. Io per prima!

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