Domenica a-live

domenica

Domenica: la giornata bipolare per eccellenza.

Quella che nell’arco delle sue ventiquattro ore mi vede passare dall’entusiasmo del sabato pomeriggio all’ansia dell’imminente lunedì mattina.

Si potrebbe scrivere di lei come la giornata dell’hangover, delle gite, dello shopping con le amiche. Quella dello svacco e della tuta all-day-long. O ancora degli aperitivi col sole che “dai ci beviamo una cosetta senza far tardi” salvo poi infilare le chiavi nella toppa poco prima dell’alba.

Domenica: il giorno del riposo.

Sì ‘na volta!

Adesso che ho trent’anni trentun’anni e due figli domenica è:

  • Iniziare la giornata con tutti i figli nel lettone. È annusarli, ridere e giocare. Smadonnare poco dopo aver guardato l’orologio e aver preso coscienza che non sono nemmeno le sette. Durante la settimana ci vogliono le molotov, nel weekend, alle sei e un quarto, iniziano a chiederti il latte piantandoti i gomiti tra le costole. Ma sì! Saltate pure sul letto bambini, tanto qui nessuno ha preparato cappuccini da rovesciare sul piumone fresco di bucato, nessun croissant da sbriciolare fra le lenzuola.
    Papà, piuttosto che scendere per primo a preparare la colazione, si finge morto come un opossum. Ma si sa la domenica è questo, è riposo.
    Non è importante se alle 18.30 noi genitori ci trasciniamo per le stanze di tutta la casa pregando che arrivi presto l’ora della nanna. È domenica.

 

  • Mangiare a nastro perché: trenta giorni ha novembre con april giugno e settembre, di ventotto ce n’è uno e al venerdì io la dieta sfanculo. Colazione rinforzata, pranzo con lasagna ignorante, merenda “che tanto ormai…”, cena a base di lasagna ignorante riscaldata.
    Però da domani si ricomincia: detox. Di quelli che al mattino, dalla chat di gruppo su whatsapp al tavolino del bar, annuncio a tutte le amiche il regime di privazione a cui mi sono votata rifiutando un cornetto alla nutella. Sgranando gli occhi per l’offerta impertinente. Quello stesso cornetto che ieri mangiavo sul divano raccogliendo, senza vergogna, anche le briciole dalla maglietta. Ma loro non lo sanno. E no, ieri è storia vecchia.

 

  • Passare dal play park al parchetto, dalle giostre al cinema. Quando vorrei fare divano-cucina-cesso-divano e invece sono al negozio di giocattoli: tappa fissa del weekend. Già all’entrata ho perso mio figlio, lo ritrovo dopo venti secondi di angoscia davanti alla riproduzione in scala 1:1 di Batman in mattoncini Lego. Inutile dire che l’angoscia era tutta per il povero uomo-pipistrello col cartello “È SEVERAMENTE VIETATO TOCCARE, CHI ROMPE PAGA, QUA SONO CAMBIALI”. Trovo il giochino desiderato da DoppiaT e via alle casse. In coda è tutto un: “Metti giù le caramelle! Lascia stare i cioccolatini! Stai fermo! Vieni qui! Vai lì! Conto fino a tre! Guarda che ce ne andiamo! Ho detto basta!” Fino al turpiloquio nel parcheggio sotterraneo, lontano dagli sguardi indiscreti delle mamme con la piega a phon e gli orecchini di perle. Sempre nel parcheggio apro il regalo perché il mamma-apri-mamma-apri-mamma-apri-mamma-apri ha fatto più danni delle cavallette. A mani nude strappo quel caspita di fil di ferro maledetto, arrotolato all’anima de li mortacci loro, al quale la macchinina è legata. Fai una giravolta, falla un’altra volta e finalmente, con le dita sanguinanti, metto in prima e me ne vado. Silenzio fino a quando: “Mammaaaaaa mi è caduta la macchinina….”. 

 

  • Domenica è pregare che il termosifone asciughi il cuscino di Doppia T per il riposino a scuola. Perché sono la solita mammerda che lava tutto il corredo della settimana – quello impestato di sugo e caccole color didò – la domenica a mezzogiorno. Salvo poi svegliarmi il lunedì mattina raccattando di corsa i bavaglini stesi sui caloriferi di tutta la casa. E con le caccole ancora negli occhi mettere insieme cambi così improbabili che manco la mamma dei fratelli Meyer di Desigual ha mai osato tanto preparando la sacchetta dell’asilo dei suoi pupi. Ché se tutto va bene DoppiaT andrà a scuola con l’asciugamano che scartavetra la faccia e il grembiulino per i lavoretti con i plissé anche sulle maniche. Però a scuola ci andrà. O sì che ci andrà.

 

  • È lavare i capelli e andare a letto con il turbante ché non c’ho le forze per asciugare i capelli per poi svegliarmi con i rasta di Bob Marley e il torcicollo.

 

  • È il ghigno malefico che mi si allarga sul viso mentre penso che in fondo il lunedì non è poi così male da quando sono mamma. Da quando c’è la scuola materna. Sono capace di fare spallucce anche pensando al rischio pidocchi pur di prendere fiato per qualche ora.

Vado ad asciugare i capelli che il mio colorito non è quello del grande Bob, è più quello di Marzullo. Occhiaie comprese. Che anche a questa domenica sono sopravvissuta.

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