Di estati e balere, ricordi di una bambina col broncio

Vorrei dire a voi travel bloggers che la dovete finire di andarvene in giro per il mondo a fare il broncio.

Fate il lavoro più bello del mondo: viaggi pazzeschi, panorami da sogno, resort di lusso; il tutto senza nemmeno dovervi preoccupare per l’adeguamento carburante.
Belle ragazze io mi chiedo, sì con un palese velo di stizza, ma perché avete sempre il broncio? Guardo i vostri profili e pare abbiate l’unghia dell’alluce incarnita e le Superga senza calze.
Dovete sapere che c’è gente che inizia ad essere stufa dei vostri #airportlife, #jetlagged, #gipsywoman, #neverstop, soprattutto se le vostre stories ci capitano sotto gli occhi alle otto del mattino nelle due ore del chilometro che separa via Mecenate e Rubattino. Voi col culo panato (dalla sabbia) noi col culo girato.

Avete tutte le carte in regola per mostrare non solo gli incisivi ma direi tutta l’arcata superiore alla faccia nostra, e invece cosa fate? Il broncio.

E badate bene, non è invidia. Vorrei però sapeste quante potenziali #traveladdicted ci sono tra noi, quante si emozionerebbero davvero di fronte a un tramonto rosa sul mare. Quante di noi non perderebbero tempo a scrivere caption banali e scontate, interrogandosi sulla vastità dell’infinito sotto immagini di chiappe sode. Quante sceglierebbero un hamburger al posto dell’avocado anche se non è per nulla instagram friendly.
Mentre voi siete capaci soltanto di fare le imbronciate.

Bene: ora vi spiego io cos’è un broncio autentico.

Questa nella foto sono io durante l’estate del 1987 a Misano Adriatico, infilata in un seggiolone della pensione York.

Ero in vacanza con i miei nonni e avevo il broncio perché sapevo che di lì a poco mi avrebbero portato, come ogni maledetta sera, alla Cambusa: una balera. Un ritrovo per donne over 60 inverosimilmente leopardate e/o cotonate e uomini (over e basta) in odor di prostata. 

Ero scazzata perché sapevo che avrei passato il tempo a tentare di dormire nel passeggino pieghevole, uno di quelli talmente comodi da tatuarmi il logo del brand lungo le vertebre dorsali. Proprio lì, fra la scoliosi e la lordosi che mi sarebbe venuta negli anni a seguire.
Incastrata come un pezzo di croccante alle mandorle in una protesi dentaria ero pronta a sentir cantare una tamarra con i frisè -già fuori moda quando erano di moda- che se la tirava perché andava in tournée con il camper e la band; parrucchini e toupet inclusi. Lei era una delle tante Marika, il sogno dei nonnini col maglioncino di cotone legato sulle spalle, tutti sotto al palco a guardarle le mutande sotto la minigonna in lamé oro, mentre assassinava qualche minchia di mazurka. 

A mia nonna piaceva ballare e in quel periodo era in piena rinascita.
Mi intimava minacciosa di non chiamarla nonna davanti agli sconosciuti, suggerendomi un improbabile Zia Rosa o un più generico Rosy.

Io non capivo e continuavo a chiamarla nonna, lei pensava lo facessi di proposito.
Forse qualche volta l’ho fatto. 

Ecco, io vorrei che le travel bloggers, se mai ce ne fossero all’ascolto, tengano bene a mente questa immagine, augurandomi che ogni volta venga loro voglia di pubblicare un broncio pensino a me, a tutte noi, in quella cazzo di balera.

Altro che jet lag, col risciò in riviera e anda!

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