Di carrelli, gettoni e sabati al supermercato

Di carrelli, gettoni e sabati al supermercato

Ci sono cose che io, da sola con mio figlio, non amo fare.

Va bene l’emancipazione e la parità dei sessi ma per svolgere alcune attività confesso di preferire la presenza di qualcuno. Possibilmente somigliante a mio marito Stefano.

Ad esempio play park e affini mi creano disturbi visivi con tendenze allucinogene. Troppi bambini in movimento, vado in fissa come quando alla televisione un canale non riceve il segnale. Dopo solo un quarto d’ora riesco a perdere mio figlio di vista, mi volto continuamente cercandolo in maniera così ansiosa che mi pare di vederlo in ogni bambino.
Ne esco sempre come Johnny Depp in Paura e delirio a Las Vegas.

Anche quando devo fare delle visite mediche, in presenza di mio figlio, so che passerò il tempo ad annuire, tra un: “Mamma ho, sete” e un: “Mamma il naso”, senza capire una mazza di ciò che mi sta dicendo il dottore. So già che poi, una volta a casa, insererirò in Google le parole scritte sul referto; entrando in paranoia per la diagnosi di morte imminente.

Ma ciò a cui davvero non so sopravvivere da sola con mio figlio è l’Esselunga.

Esselunga è davvero invalidante per me. Capita a volte, come lo scorso sabato che, presa da un mix tra eccessivo ottimismo e ansia da frigo vuoto, io decida di andare da Esselunga con Tommy. Da soli.

Non è mai una buona idea e me ne rendo conto quasi subito.

Già scendendo la rampa del parcheggio interrato sento un grido strozzato proveniente dal seggiolino posteriore. È Doppia T che neanche troppo fra i denti ringhia un “Mamma io non voi quiiiiiiii”.

Io invece di fare la madre saggia, girare la macchina e pensare magari di tornare dopo in versione solitaria – e con Personal Jesus a palla – resto e non mollo.

Perché se c’è una cosa che vien bene a noi gemelli è fare il bastian contrario. Se per qualsiasi ragione una cosa è meglio farla in un determinato modo state pur certi che il gemelli ne sceglierà un altro. Privo di apparente logica, altrimenti detto acazzisuoi.

Ed è così che parcheggio, slaccio la cintura a Tommy, gli infilo il piumino, la sciarpa e il cappello contro la sua volontà e con la mia pancia di otto mesi mi dirigo verso i carrelli.

Un euro. Le madri lungimiranti attaccano quei portachiavi orrendi, ma maledettamente utili, che contengono una specie di monetina passe-partout per il carrello. Alcuni supermercati la regalano con la tessera fedeltà, per altri negozi invece è un gift natalizio da consegnare ai clienti affezionati. Le madri lungimiranti se li fanno personalizzare su Vistaprint incidendoci il loro logo di mamme non sfigate.

Io, membro onorario del club delle mamme sfigate, vado in giro con il portafogli che pesa due chili. Con aria spavalda lo shakero, sorridendo in modo beffardo per il tintinnio rassicurante delle monete, e tac! Apro e c’è solo del rame. Allora controllo in borsa, tutta la borsa tasche e taschine comprese. Trovo caramelle che nel frattempo mangio ma niente. Neanche un euro.

Le provo tutte: monete straniere, della lavanderia self-service, dei giochini al centro commerciale. Finché un gettone di chissà quale autolavaggio si rivela perfetto e, come se avessi estratto la spada dalla roccia, parte un ma vieni alla Aldo Giovanni e Giacomo con tanto di ruota e doppio salto mortale nel parcheggio.

Infilo l’omino Michelin nel carrello e, come ogni volta che compio questa azione, sento di avere la situazione in pugno. Ovviamente mi sbaglio. Faccio anche la splendida: guido in maniera sportiva e divertente, chiedo a Tommy se vuole schiacciare il pulsante dell’ascensore, sapendo di provocare fortissimi entusiasmi. Arrivati al piano zero il fantasma della mamma lungimirante attraversa il mio corpo come fa Patrick Swayze con Oda Mae in Ghost.

“Tommy ti scappa la pipì? Andiamo a farla prima di entrare nel supermercato?”

“No mamma, io no pipì”

“Sei sicuro amore? Guarda che poi non possiamo uscire”

“L’ho già fatta a casa mammaaaa!”

Ok, mi fido. Non ci metterò molto a fare la spesa in fondo.

Chi conosce i supermercati Esselunga sa che in principio c’è il reparto frutta e verdura. Sempre che si riesca a varcare i cancelletti automatici.

Già da subito si trovano carcasse di carrelli abbandonati sul percorso appartenuti a persone che, verosimilmente, hanno mollato il colpo saltando alla Olio Cuore quei fottuti cancelletti.

Gli impavidi che restano invece si allontanano giusto il tempo necessario ad infilare il guanto – quello che pare sempre avere un dito in meno di noi esseri umani – riempire il sacchetto di Kiwi, leggere il numero e ricordarlo fino alla bilancia. Al loro ritorno non troveranno più il loro carrello. Sparito. Scomparso in un buco nero. Restano lì con quel sacchetto moscio in mano a guardarsi attorno spaesati cercando di capire chi ha fregato loro il mezzo. Fanno mente locale sui dettagli: aveva la ruota posteriore destra che cigolava, l’anteriore sinistra invece trascinava un lembo di plastica rimasto incastrato e la catenella era certamente un po’ più corta del normale..

C’è qualcuno che all’Esselunga sposta i carrelli e quel qualcuno generalmente sono io.

Questo reparto è sempre un ambiente allegro e conviviale, s’incontra sempre qualcuno che non si vede da una vita. Gente con cui magari neanche si ha il piacere di fare due chiacchiere ma tra una zucchina e un sedano rapa ci si ritrova inchiodati a fare conversazione.

Ecco perché è facile trovare gruppetti di carrelli sparsi qua e là, dove il qua e là non sono mai né angolini né zone commercialmente morte, tipo quella del rabarbaro o della tapioca. Potete chiedere conferma a chi vi lavora, in questo periodo dell’anno il luogo di ritrovo che va per la maggiore è l’espositore delle clementine, altrimenti conosciuto come inmezzoaico*****i.

Si prosegue seguendo il flusso. Mi accorgo che non imparo mai, sbaglio sempre scarpe. Su questo pavimento si scivola un sacco, occorrerebbero scarpe da arrampicata e invece a me pare di avere su quelle da Tip Tap che al posto del metallo hanno due saponette con un quarto di crema idratante. Non ci si riesce a fermare alle insalate in busta poiché il passaggio è stretto. Tocca acchiappare buste di rucola e songino dal banco frigo senza guardare la scadenza. È consentita una piccola sosta al trespolo delle banane. In genere non ci si può fermare troppo a lungo poiché in questo punto si scatena la bagarre dei fan della derapata con i carrelli.

Arrivati a questo punto Tommy stringe le gambe, mi guarda e mi dice che deve fare la pipì. A me vien voglia di mollare lì il carrello pieno di zucchine che mi son dimenticata di pesare e l’anima delle clementine che non sono riuscita a prendere e andarmene.

Ma no! Non può essere così impossibile fare la spesa da soli.

La corsia successiva è quella del fresco. Serve concentrazione perché si parte dai salami, si passa agli affettati e i formaggi e si finisce alle uova.

È fondamentale non dimenticare niente perché a percorrere questa corsia a ritroso si rischia la rissa e le pizze che volano non sono di quelle già pronte.

Da qui in poi il formicaio si disperde leggermente: chi diretto al banco del pesce, chi sceglie la carne, chi si fionda a prendere il numero in gastronomia perché l’attesa è la stessa degli uffici dell’Agenzia delle Entrate di Milano ma senza poltroncine. Qui due etti di cotto possono valere ore di attesa.

Nel reparto dei pelati si respira. Si riesce anche ad accostarsi un attimo. Doppia T vuole scendere ed io le ho già tentate tutte: il cioccolatino, il perfavoreamoreaiutamamma, il telefonino (nei casi disperati l’iPad), il diversivo e il sediconoènopuntoebasta.

Ho quattro cose nel carrello con le quali non cucino un piatto per intero e un figlio che ho perso di vista ma sono serena, lo ritroverò a breve seguendo una scia di pipì.

Rimetto Tommy nel carrello e col culo fa esplodere l’insalata. Salto a piè pari il reparto bagno, quello dei detersivi e quello dei vini. Finisco per prendere l’acqua e un pollo arrosto.

Sono esausta ma quasi in cassa finalmente. Ritrovo la stessa gente che tra le mele e le pere rideva e scherzava litigare furiosamente.

Famiglie distrutte e bambini ormai ingestibili trascinati sui carrelli. Parolacce non più contenute, o sussurrate all’orecchio del coniuge, ma urlate e liberatorie come un rutto di Citrosodina dopo un fritto di calamari.

Tommy mi aiuta a mettere gli acquisti sul nastro, è molto bravo a parte il fatto che ancora non capisce cosa è fragile e cosa no. Una sorpresa su cinque recitava una réclame della Kinder io ormai rido per due uova (salve) su sei.

“Signora non ha pesato le banane. Le vuole?”

“Mi scusi tanto, se non è un disturbo sì”

“UN ADDETTO FRUTTA E VERDURA ALLA CASSA SEI!” (tono scazzato)

Il rullo si ferma per tredici secondi e la gente già sbuffa, alza le sopracciglia e pretende i miei punti fragola.

Fine, siamo liberi. Arriviamo alla macchina, carico la spesa, carico Tommy e abbandono il carrello nel parcheggio vuoto di fianco al mio.

Ché chi se ne frega all’autolavaggio a gettoni non vado mai.

*Non è un post sponsorizzato, nessun punto vendita Esselunga è stato maltrattato per la redazione di questo articolo.


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