Certezze sul Natale: l’anno prossimo ristorante

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Finalmente Santo Stefano.

Dopo una tre giorni chiusa in cucina a friggere, impastare, mescolare e a ripetere – come ogni anno – che basta l’anno prossimo tutti al ristorante, finalmente mi siedo sul divano e tiro le fila di questo Natale appena passato.
Una vestaglia calda stretta addosso, una tazza di tè e la testa leggera. La casa è uno schifo ma qualche pezzetto di carta da regalo dimenticato qua e là mi ricorda quanta magia è passata di qui soltanto poche ore fa.
Il primo Natale di Andrea, gli occhi felici di Thomas, il calore della famiglia che finalmente si regala il tempo per stare insieme. Pance piene e sorrisi larghi, cannelloni e tiramisù.

Ma tutta questa dose extra di carboidrati non basta per far stare in silenzio il grinch che c’è in me. Quel piccolo essere che per tutto l’avvento s’impossessa di me. E se da una parte amo il Natale e i suoi falalalala dall’altra verde come la speranza di non dover copincollare “a te e famiglia” in tutte le chat di Whatsapp.

Così, sorridendo, ripenso a venerdì scorso e al fallimento che ogni anno mi riesce alla perfezione: l’organizzazione.

Sì io non sono una di quelle belle persone che pensa ai regali di natale già ad ottobre. Io sono una brutta persona: non pianifico, non ottimizzo. A me piace l’ansia dell’ultimo momento; io ci sguazzo nella frenesia dei minuti contati, nelle code in macchina, nelle corse da una parte all’altra della città. Sono fatta così, do il meglio sotto pressione.

Come venerdì scorso quando ho deciso di fare lo spesone e regali di Natale in un giorno solo.

Mi piace la pressione lo ammetto, quell’adrenalina che mi sale mentre giro come un’ossessa le due file di parcheggi davanti all’ingresso. Sono minuti al cardiopalma, mi avvicino piano piano alla coppia di anziani col carrello pieno e, senza nemmeno abbassare il vetro, faccio segno con la mano al vecchio con la coppola. Ve ne andate? Già con la mano sul tasto delle quattro frecce aspetto il cenno della sciura, poi pigio il tasto come se la indovinassi con una a Sarabanda. Ci provano a fregarmi il posto ma io, abile milanese malfidente che non sono altro do due colpi di abbaglianti per far capire chi comanda nei parcheggi di Esselunga.

L’incoscienza è sempre stata una mia prerogativa, adoro il rischio. Per questo vado a fare la spesa sotto Natale con due bambini; il primo già alle porte scorrevoli che impreca con un: “Mammaaaaaa, abbiamo finito?” , il piccolo per dimostrare il suo dissenso invece caga. Io, cuore impavido, mi faccio strada tra la marea di carrelli. Ho la lista, ce la posso fare.

Anche fare i regali mi piace e si sa, se il tempo stringe i centri commerciali sono la scelta più azzeccata. Perché allora non girarne due nello stesso pomeriggio?
C’era così tanta gente che mi sono girata un secondo e ho preso per mano un figlio non mio.

Al bancomat la sciura dietro di me, di leopardo vestita, ha iniziato a sbuffare non appena ha fiutato la mia indecisione sull’importo da prelevare. Se ne stava lì a battere nervosamente il suo piedino foderato Valleverde. Non aspettava altro che titubassi sull’emissione del promemoria per sfogare su di me tutta la rabbia delle sue ultime quattro caldane.
Nei negozi ho fatto la fila, rifatto la fila, ripetuto almeno cento volte: “Grazie sto dando un’occhiata”. Ho riflettuto sull’inutilità dei calzini in tulle che mi ha proposto la commessa. “Stanno benissimo con gli anfibi” diceva, mentre io immaginavo quanto questi potessero far puzzare i piedi.

Ho scelto i regali e pregato silenziosamente che il bancomat non negasse la transazione.
Ho provato compassione davanti a Pandora e a tutti quegli uomini affranti davanti alle loro vetrine. Mi fanno sempre molta tenerezza; alcuni probabilmente sono ancora lì a scegliere il charm perfetto tra il milione e mezzo di proposte. Ché forse era meglio correre il rischio di vederla incazzata per quel famoso ferro da stiro.

Li capisco: cosa non si fa per amore. Anch’io non so dire di no. Come quando da Mediaworld ci sono le hostess che offrono il caffè per far provare le macchinette. Quattro caffè in due minuti e otto metri quadri. Poi giù di pacchetti e tachicardia.

Ma a me piace così. Mi piace vivere sul filo, improvvisare, smadonnare. Perché semplificarsi la vita  quando so già che la to do list la dimenticherò a casa sul tavolo?

Saluto questo Natale con gioia. Con gioia e stanchezza. Estrema stanchezza.
Mi godo il relax in questo giorno di avanzi riscaldati al microonde e Coca Cola sgasata.

Ché grazie al cielo anche quest’anno ce l’abbiamo fatta.

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Cos’è la Blondeletter? Non lo so nemmeno io con precisione, ma dentro c’è: una notte insonne, mezzo barattolo di Nutella mangiato con il cucchiaio da minestra, computer in palla, panico, isteria e tanto, tanto entusiasmo.

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