L’Avio-Pheega

Per noi donne il confronto è una costante nella vita.
Prima quello con la cocca della maestra, poi quello con la più carina del liceo, quello con le amiche, con le nemiche, le ex del tuo moroso, quello con le tette della barista da cui lui va fedelmente a prendere il cappuccino, con la collega sempre un passo avanti e con quella dai capelli belli che il mio parrucchiere proprio non ne vuole sapere di farmi.

Una vita a confronto. A far paragoni, un’esistenza passata ad ammirare vicine di casa, con un perfetto prato all’inglese, dalle erbacce alte fino al ginocchio del proprio giardino.

Noi donne non possiamo mai stare tranquille, nemmeno quando andiamo in vacanza. Una pensa di prenotare un viaggio, magari esotico, per andare a rilassarsi e a godere di sole, mare e vento fra i capelli e invece no!

Perché in aeroporto puntualmente c’è lei: l’Avio-Pheega. Una strana creatura che sembra uscita da un mesh-up di The Terminal e tutte le sei stagioni di Sex & The City.

L’Avio-Pheega la riconosci subito, roba che se l’uomo sbagliato fosse così facilmente individuabile, grazie alla legge di Darwin, gli stronzi sarebbero estinti da un pezzo.

Eccone una lì, seduta composta in attesa dell’apertura del check-in. Fresca come un fiore benché siano le 04:10 del mattino, già abbronzata (?), truccata e con la messa in piega. Cerca cose nelle sua Neverfull di Vuitton, con le iniziali ovvio, tre per l’esattezza, perché nelle vene delle Avio-Pheeghe scorrono litri di sangue blu e piastrine serigrafate Chanel.
Alcune preferiscono Alviero Martini, altre Borbonese ma mai, e sottolineo mai, una Carpisa a tracolla, con quella non vogliono nemmeno dividerci la cappelliera; piuttosto la malaria. 

Se l’Avio-Pheega in questione ha figli questi non disturbano. Stanno composti anche dopo ore ed ore di attesa, al massimo si siedono sul trolley ma mai un urlo, uno spintone, un capriccio, una bibita rovesciata. Mica come i tuoi che dopo quattro secondi in fila fanno venire la labirintite a tutto l’aeroporto.

I suoi bagagli Samsonite, sempre in coordinato per tutta la famiglia, in elegantissima pelle nera e in ogni taglia: da quella maxi per la stiva, passando per il bagaglio a mano e finendo con il beauty tutte rigorosamente nuove. Non esiste un cazzo di borsone rosso in tela della Fila di una vecchia zia sciatrice negli anni settanta. Giammai!

Ti ha notata, sicuramente per il cigolio delle rotelle della tua valigia rigida fine anni ottanta. Ti osserva e solleva l’angolo della bocca, schifata.
Tu te ne stai lì, svaccata sulle sedie fredde in metallo dell’aeroporto, seduta sul tuo culo senza grazia, col tuo Eastpack delle medie e le valigie scoordinate, un po’ chieste in prestito ai parenti e un po’ vinte con la raccolta bollini del super. Struccata, color grigio intonaco come certi palazzi Liberty di Milano coperti dallo smog, spettinata e con il monogramma del cuscino sulla faccia, quello della stirpe reale dei “posponi la sveglia”.
Il labbro si stringe e il capo si muove da destra a sinistra in un, neanche troppo celato, segno di disapprovazione. I suoi occhi si posano, schifati, sui tuoi vestiti: tuta sformata, t-shirt oversize dei Ramones, felpona con cappuccio, sciarpa e scarpe da tennis di chiara matrice zarra.

Ti saresti salvata in extremis con un paio di Hogan, ma no, a te le Hogan proprio fanno ortopedia reparto solventi.

La guardi, senti addosso il suo sguardo inquisitore che neanche Enzo Miccio guardando una O-Bag col pelo sotto un’ascella nel mese di luglio.
Lei: camicetta perfettamente stirata, pantalone in lino, sandalo con il tacco (con il tacco?) alla schiava, smalto semipermanente, una quantità indefinita di gioielli, foulard Hermes in seta. Praticamente pronta per un cocktail. Depilata, così inverosimilmente depilata da sembrare glabra, tu che hai la ricrescita da quando hai tirato fuori le carte d’imbarco.

Accenni un sorriso, lei si sposta il ciuffo facendo tintinnare i due chili di Pandora che ha sul polso.

L’attesa è lunga, per ingannare il tempo vai in edicola. Ti aggiri fra gli scaffali in cerca di qualcosa di leggero e tra un “Ma pensa quel pesce lesso si sposa con quella tutta rifatta” e un “Ma dai la velina è incinta del calciatore” eccola li: l’Avio-Pheega versione newspaper. Vi ritrovate in cassa, tu con una sfilza di riviste al limite dell’ignoranza e la settimana enigmistica, lei con Elle Decor, AD, Vogue France e Yacht Design, Il Sole 24 Ore per il marito. Ti riconosce e ti guarda come Marylin Monroe guarderebbe Tina Cipollari ai tempi del trono di Costantino Vitagliano.
Torni a sederti, a tuo marito hai preso Quattroruote perchè in vacanza non riuscite a coordinarvi con il pedalò, figuriamoci con uno yacht.

Finalmente è giunta l’ora di imbarcarsi. Al metal detector l’Avio-Pheega non suona mai. Nonostante sia composta per il 97% di metalli preziosi, e bigiotteria pacchiana, lei passa senza essere fermata. Recupera nel cestino quello che corrisponde al tuo importo residuo del mutuo e guarda te, che continui a fare avanti e indietro al body scanner. Prima senza cintura, poi senza scarpe con i calzini spaiati, la gente che sbuffa e la carta d’identità che si è fatta un bel giro in lavatrice.

Lei è lato finestrino nella parte anteriore del velivolo, tu, ça va sans dire, sull’ala lato corridoio. Destinata a vederti tranciare via l’avambraccio ad ogni passaggio della hostess con il carrellino delle bevande.
Non importa se non vedrai il panorama, se al posto delle isolette e le acque cristalline guarderai con preoccupazione quel pezzo di nastro telato sul bordo dell’ala, almeno potrai mangiarti le Pringles e gli M&M’s che hai comprato prima al bar in santa pace, senza che l’Avio-Pheega e i suoi snack super healty possano giudicarti.
Slacci le scarpe e ti gusti le tue patatine preferite al gusto fiatella molesta,i tuoi giornali diretti da quello col toupet e i completi cangianti. E chi se ne importa se lei ti farà sentire sempre goffa e a disagio, tu ti piaci così.

La prossima volta si parte in treno e và a dà via i ciapp.

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